Incontri: Matteo Mazzetti

Questo è il primo post della serie “incontri”, interviste a fotografi professionisti e non che hanno ancora molto da dire con e sulla fotografia. Matteo, bolognese verace è un amico conosciuto durante un viaggio in Islanda che con passione e dedizione si è concentrato nella fotografia di paesaggio e alla realizzazione di audiovisivi che sanno cogliere l’atmosfera dei luoghi da lui visitati.

A questo link potete vedere i bellissimi audiovisivi di Matteo:

http://mazzettimatteo.wix.com/photography#!video/c1cnm

D.  Matteo, senza dubbio il tuo stile fotografico è il “dreaming landscape” cosa ti ha portato a scegliere questo genere di fotografia e quali sono i tuoi “maestri” cui fai riferimento?

 R. Più che “dreaming landscape” a me piace chiamarlo “Low Light Photography” (come viene definito da Lee Frost) perché lo ritengo più congruo a ciò che è, ovvero l’affannosa ricerca della luce, quella luce che può identificare al meglio il paesaggio e valorizzarlo a pieno.

Da quando mi sono appassionato di fotografia, il paesaggio, da buon amante della natura quale sono, mi ha sempre affascinato, soprattutto per i bei momenti che offre, in solitudine o accompagnato, all’alba o al tramonto, con il sole o condizioni meteo avverse. Ci sono luoghi che possono farci vivere momenti indimenticabili che ti segnano nel profondo. Il compito del bravo fotografo è saperli cogliere e valorizzare sia per trasmettere anche ad altri ciò che si è provato che per rivivere le stesse emozioni ogni volta che si rispolvera una vecchia foto, in un momento veramente impagabile.

Nella fase iniziale di crescita di ogni aspirante fotografo si cerca il proprio “io fotografico” guardando molte fotografie e studiando le tecniche utilizzate da altri. I “maestri” del genere che più di altri mi hanno portato verso questo genere di fotografia sono stati Marc Adamus, Xavier Jamonet, Gary McParland, Raymond Hoffmann, Ian Plant, Zack Schnepf, Martin Zalba, Ambre De l’AlPe, Scott Kroeker, Mary Kay, Antony Spencer, Brad Goldpaint, Fred Concha, Hugo Borges, Carlos Gotay.  Tutti questi sono sicuramente nella lista dei miei preferiti, poi c’è Lee Frost stesso, e tantissimi minori che seguo oggi tramite 500px; uno dei miei preferiti è Dylan Toh & Marianne Lem conosciuti anche come  “Everlook Photography” o Jorge Maia, e tanti altri.

Dopo aver studiato le tecniche utilizzate da altri, si comincia a seguire la propria strada, a fare ciò che si ritiene più opportuno, senza farsi influenzare; del resto il bello della fotografia è che è un linguaggio molto personale restando comprensibile su scala universale.

Da qualche tempo ho smesso di lavorare a singoli scatti che, con un po’ di fortuna, chiunque è in grado di ottenere, preferisco invece dedicarmi a progetti a lungo termine. Tra questi prediligo gli audiovisivi fotografici, filmati di fotografie paesaggistiche che, coadiuvati da montaggio e musica contribuiscono a costruire la storia del paesaggio e a raccontarla molto più efficacemente dello scatto singolo.

 Val D'Orcia 065

 D. Cosa ti spinge a intraprendere un nuovo progetto? Quale in passato ti ha dato maggiori soddisfazioni?

R. Eh, bella domanda, tante cose, a volte l’idea nasce dal semplice ascolto di una canzone o dopo aver visto una foto, magari dopo un viaggio in un luogo speciale com’è stato per l’audiovisivo “Into The Hills” e “Between The Fogs: Tra le nebbie di Castelluccio”. Non c’è una regola fissa, se hai un’idea, la sviluppi e dai sfogo alla tua creatività.

Sicuramente tra tutti i progetti che ho realizzato, quello che in assoluto mi ha dato maggiori soddisfazioni (o meglio mi ha fatto vivere maggiori emozioni) è sicuramente Castelluccio di Norcia. L’audiovisivo l’ho terminato di recente ma che mi è costato 4 anni di fatica, trasferte notturne ed orari improponibili. Tuttavia, dopo 400km di notte, le sessioni invernali da congelarsi, anche solo qualche minuto in quella piana con i paesaggi che ti regala e le emozioni che ti fa vivere, valgono il prezzo dei weekend solitari e del tempo sacrificato.

 Rosignano 077-3

 D. Che tipo di attrezzatura consideri indispensabile e perché?

R. Molti mi hanno detto “l’attrezzatura non conta”, io penso che per questo genere fotografico serva una buona attrezzatura. Senza un buon corpo macchina full frame questi scatti non li fai perché si richiede un’elevata gamma dinamica (per me la cosa più importante di un corpo). La nitidezza e il dettaglio si ottengono sol con file RAW molto dinamici che consentano un ottimo recupero di ombre e luci in post produzione. Altrettanto importanti sono sicuramente le ottiche, la mia preferita è il fenomenale 14-24 f2.8 Nikkor. Le buone ottiche sono alla base della nitidezza, della resa cromatica (priva di aberrazioni). Infine servono dei buoni filtri fotografici, io prediligo i digradanti o ND Leeper poter esporre correttamente cielo e terreno e poter utilizzare tempi lunghi anche durante le ore diurne. Ormai senza filtri e un cavalletto stabile non scatto!

Castelluccio 146

D. Se dovessi dare dei consigli a un giovane fotografo che vuole intraprendere il tuo genere di fotografia, da cosa inizieresti?

R. In primis tantissima pazienza poi la voglia di percorrere centinaia di km anche solo per uno scatto e con la consapevolezza che probabilmente non si porterà a casa nulla di buono, sacrificando magari l’ennesima domenica. Poi c’è la passione che non deve essere rivolta all’aspetto tecnico della fotografia ma anche per il piacere della scoperta di un territorio, di una cultura e della natura. Con queste basi si può iniziare a migliorare, mantenendo viva la volontà di studiare ed imparare le tecniche e i software, ormai divenuti strumento imprescindibile dell’era digitale. Oggigiorno il corredo software deve crescere di pari passo con quello fotografico, lo scatto è in funzione di ciò che si vuole realizzare in post produzione.

 Castelluccio 119

 D. La condivisione online della fotografia digitale ha portato al fiorire di una moltitudine di amatori, pensi che ciò abbia giovato alla fotografia? Cosa fa la differenza tra l’essere uno dei tanti o distinguersi?

R. Dovrei star zitto visto che tutto quello che so l’ho imparato solo ed esclusivamente dalla rete, dai forum e dai social network, ma bisogna saper distinguere nella rete tra tante banalità ciò che ha veramente un valore. Sicuramente la Rete e la condivisione hanno permesso l’accesso di massa alla fotografia, creato una miriade di amatori e aumentato esponenzialmente le vendite dei corpi macchina de delle ottiche.

Purtroppo la rete ha snaturato la professione del fotografo, probabilmente con la fotografia non si campa più come una volta, ha trasformato una professione per pochi in un hobby per tutti. In un mondo ormai saturo di ogni tipo d’immagine, la fotografia ha perso molto significato, e chi una volta comprava le immagini da agenzie prestigiose, ora le compra in rete per pochi spiccioli o addirittura le scarica gratis.

Distinguersi è sempre più difficile in un’arte dove forse non c’è più nulla da inventare solo un guru come Marc Adamus riesce a realizzare scatti originali di “locations” super fotografate. Purtroppo poi, la stessa rete che lo osanna lo accusa di usare 250 livelli in Photoshop per poi osannare banalità su Istangram!

 Calabria 010

D. Cos’hai in serbo per il futuro? Cosa ti piacerebbe rappresentare?

R. Sicuramente continuerò a studiare nuove tecniche nel “time lapse” in nuovi progetti audiovisivi. Prossimamente vorrei tornare negli Stati Uniti, principalmente nel West, e fotografare con l’esperienza maturata negli anni alcuni luoghi che ho già visitato ma non osservato con gli occhi del fotografo. Vorrei iniziare un progetto audiovisivo proprio degli States, purtroppo è difficile nel breve tempo di una vacanza riuscire a realizzare un progetto audiovisivo di qualità. In ogni caso nel mondo e in Italia ci sono tantissimi posti magnifici a cui dedicarsi e da riscoprire, l’imbarazzo della scelta manca solo il tempo!

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Una notte in Toscana a caccia di stelle

Questo post vuole essere il breve racconto di una notte stupenda, vissuta con persone conosciute da pochissimo ma con il quale ho potuto condividere la vera passione per la fotografia. Il viaggio è iniziato da Bologna il nostro obiettivo era la “Buca delle Fate” nei pressi di Livorno. Arriviamo sul posto dopo quasi 3 ore di strada, ci carichiamo i pesanti treppiedi sulle spalle e ci incamminiamo. Il sentiero percorre il fianco di un promontorio a picco sul mare, si alterna in un saliscendi immergendosi in un bosco che profuma di funghi, accarezzato dalla brezza che sa di salsedine. La tentazione di fermarci per fare qualche scatto è forte, tuttavia il nostro “capo spedizione” Matteo Mazzetti, conoscitore del posto, ci sprona a proseguire per non perdere la luce del tramonto. Dopo 40 minuti arriviamo sul posto. Il sole è ancora alto ma comprendiamo subito le potenzialità della “location”. La “Buca delle Fate” è una piccola caletta circondata da rocce calcaree bianche e dorate, scolpite dall’erosione. Il mare è calmo ma le onde si insinuano tra gli scogli come in una danza sinuosa. Guardando l’orizzonte ci sembra di toccare l’Isola D’Elba su cui svetta il Monte Capanne. La luce è quella giusta e bisogna iniziare a fotografare! Ognuno monta la propria attrezzatura, io cerco qualche lunga esposizione, aiutata dai filtri ND digradanti Lee che gentilmente mi presta Matteo.

Lezione numero 1: l’inqudratura migliore non è quasi mai quella più comoda.

I filtri ed il cavalletto consentono di ridurre i tempi di posa a 1/4 si secondo, sufficiente a rendere l’effetto vellutato del movimento dell’acqua tra gli scogli. Imparo presto che i filtri sono fondamentali per esporre correttamente in queste condizioni particolari di luce.

Rocce bagnate in controluce.

Il sole cala rapidamente, presto il crepuscolo lascia spazio all’ora blu. Siamo assaliti dalle zanzare e…dalla fame! Ci incamminiamo a ritroso lungo il sentiero illuminato con le torce frontali fino al ristorante. Ceniamo e passiamo qualche tempo a osservare i primi risultati al computer e a discutere su quali fossero le migliori inquadrature e le scelte da fare nello sviluppo del file raw. Ma non abbiamo finito…alle 23 saliamo nuovamente in macchina, direzione San Quirico D’Orcia. Il cielo limpido ci fa sperare di poter fotografare la Via Lattea nei pressi della Cappella della Madonna di Vitaleta. Arrivati sul posto, lo stupore è tanto quando ci accorgiamo che la notte è limpidissima e illuminata da una miriade di stelle. Ci incamminiamo lungo la stradina fermandoci spesso per cercare qualche bella inquadratura. Imparo dai miei compagni di avventura che fotografare la Via Lattea non è di per se difficile. Ovviamente serve un cavalletto robusto, un’ottica luminosa (nel mio caso un Nikkor 20, f2.8), un tempo di posa di 20-25 secondi a 2500 iso. Ciò che è importante è usare l’autoscatto o un telecomando e cercare di inserire nell’inquadratura sempre un soggetto in primo piano.

La Cappella di Madonna di Vitaleta

E’ impressionante quanta luce ci sia di notte! Spesso è una luce diffusa o proveniente dall’onnipresente inquinamento antropico. Tuttavia questo diventa interessante, così come lo sono le nuvole che disegnano nel cielo bizzarre geometrie rosa. E’ divertente provare di illuminare i soggetti in primo piano per non più di un secondo con una torcia come ho cercato di fare in questo scatto con il pozzo.

Il pozzo della Cappella della Madonna di Vitaleta

Prima di coricarci nei sacchi a pelo e nelle tende per un paio d’ore di riposo non mi resta che pensare di quanto sia importante poter condividere le proprie passioni con altre persone. Oltre ad essere divertente mi permette di avere nuovi stimoli e confrontarmi su stile, tecniche e attrezzature. All’alba i primi raggi di sole illuminano le dolci colline della Val D’Orcia e ci regalano uno scorcio della cittadina di Pienza. Torniamo alla macchina e partiamo alla ricerca di un buon cappuccino e brioche, certi di dover tornare in questo splendido angolo di Toscana a fare altre fotografie tra amici.

Alba sulla cittadina di Pienza