Il rombo del vulcano

Stromboli – Isole Eolie

Ci sono persone in fila per prendere i caschetti, gli scarponi sono allacciati, negli zaini abbiamo una bella scorta d’acqua. Salire sulla cima di Stromboli è faticoso, soprattutto nelle giornate di scirocco quando l’aria è umida e difficile da respirare. Per i primi 400 m di ascesa si cammina in una macchia mediterranea, non soffia un alito di vento, le magliette si appiccicano alla pelle per via del sudore. Bere è importante per integrare i liquidi perduti, si deve salire il più svestiti possibile e coprirsi con una giacca ogni volta che ci si ferma. Il sentiero sale zigzagando sul fianco sud-est dell’isola che ha la forma di un perfetto cono vulcanico. All’aumentare della quota la vista su paese di San Vincenzo e sul “neck” vulcanico di Strombolicchio migliora ed aiuta a non sentire la fatica. Oltre quota 500 la sabbia diminuisce e fa posto ad un substrato più solido composto da antiche colate laviche e piroclastiti così, nonostante il sentiero diventi più ripido, la camminata risulta facilitata per il grip migliorato.

Stromboli

Presto il silenzio è interrotto dal rombo cupo delle esplosioni intermittenti dette appunto “stromboliane”. Appena ci affacciamo al bordo della Sciara del Fuoco, gli occhi si riempiono della luce del tramonto e i funghi di cenere nera delle esplosioni sono chiaramente visibili. A quota 800 comincia a far fresco, il vento è intenso, prima di cambiare la maglia sudata ed indossare una giacca più calda, aspettiamo di raggiungere gli shelter di cemento armato che offrono anche un buon riparo. Il sole cala rapidamente e la luce del tramonto lascia posto al buio. Sediamo su bordo dell’orlo calderico, i crateri sono qualche decina di metri sotto di noi. Le esplosioni si susseguono, una ogni dieci minuti circa, a volte brevi, altre volte che durano qualche secondo.

Attività stromboliana

Non possiamo sostare a lungo sulla cima, colpa dell’ordinanza della Protezione Civile, dopo l’evento parossistico dell’Aprile del 2003. La discesa al buio con le torce frontali è divertentissima perché avviene in un facile sabbione lungo il versante meridionale. Ci fermiamo qualche minuto con le torce spente ad ammirare il cielo stellato e le lontane luci di Reggio Calabria, poi dritti verso una meritata pizza in paese….negli occhi un po’ di cenere vulcanica e nelle orecchie il rombo del vulcano.

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Erta Ale – Dancalia, Etiopia

Vengo svegliato da un vociare sommesso, rumore di stoviglie e di anfibi che calpestano il suolo sassoso. Apro gli occhi, è ancora buio, mi metto seduto sulla stuoia che mi fa da giaciglio all’interno della piccola capanna di pietre laviche. Una precauzione necessaria non per il freddo, la pioggia o il vento qui, nel cuore della depressione dancala ci sono 30 gradi a mezzanotte, piove meno di 10 mm di pioggia l’anno e non spira un soffio d’aria. La capanna serve per ripararsi dal sole micidiale che rende quasi impossibile ogni attività nelle ore più calde del giorno.

Raggiungo i miei compagni di viaggio alla tavola che la nostra guida Afar ha apparecchiato per la colazione. Mi sforzo di mangiare anche se alle 3 del mattino non sono molto affamato, ma mi serviranno delle energie per la camminata che ci spetta, oggi saliamo al cratere del vulcano Erta Ale. Intorno a noi un plotone dell’esercito etiope si gode un caffè intonando una canzone. I loro volti nascondono l’età, non hanno più di 20 anni ma sono bruciati dal sole e il viso è solcato da rughe profonde. Ci scorteranno durante la salita con i loro Ak-47 di fabbricazione cinese, una precauzione che si è resa necessaria dopo che 4 turisti tedeschi sono stati uccisi l’anno precedente da un’incursione di predoni eritrei. In questa parte del mondo, gruppi nomadi di pastori Afar eritrei ed etiopi si contendono i pozzi in cui far abbeverare le capre e i dromedari e non scorre buon sangue tra Eritrea e Etipia. Questo insieme di fattori fa sì che questa sia una zona molto calda, tanto che persino l’ONU ha deciso di rinunciare a stabilire un preciso confine in questo deserto inospitale di sabbia, sassi e lava.

Capelli di Pelee

I tre dromedari son pronti, caricati con cibo, acqua e le stuoie su cui dormire. Iniziamo a camminare con le torce frontali, dobbiamo tenere un passo costante per riuscire ad essere in vetta poco dopo l’alba e non essere sorpresi dal caldo soffocante. Silenziosi, in fila indiana ci godiamo il paesaggio, accennato alla luce fioca di una luna crescente, i piedi scricchiolano sulla lava a corde dalla superficie vetrosa, solo le nostre guide, con i loro sandaletti di plastica, sembrano quasi galleggiare e non risentire di alcuna asperità del terreno.

Arriviamo in cima alle 7 circa e ci rifugiamo nelle onnipresenti capanne di pietre laviche. A quest’ora il caldo è già soffocante ma non riesco a trattenere l’eccitazione, scolo una bottiglia d’acqua e mi incammino verso il cratere. Le capanne di pietra si trovano sul bordo di un’enorme caldera, colma delle recenti colate laviche che risaltano con di un nero intenso sulle circostanti rocce color crema. Si scende un ripido sentiero e si cammina direttamente nel campo lavico. Il percorso è pianeggiante ma non si può procedere direttamente verso il cratere che sembra vicino, ben riconoscibile dal vapore acqueo che si innalza da esso, perché quello che sembra un substrato solido nasconde in realtà una miriade di possibili tunnel, creati dalla lava stessa nel suo fluire verso valle.

Erta Ale

Arrivati sul bordo del cratere lo spettacolo è indescrivibile! All’interno del cratere largo circa 80 m ribolle un lago di lava, sussulta, geme, borbotta a causa dei gas che si liberano dal magma. Sulla superficie la crosta di lava nera solidificata si rompe rivelandone la parte incandescente e talvolta piccole fontane che durano pochi secondi si innalzano dalle fratture. L’odore di zolfo è fortissimo e dobbiamo restare attentamente sopravvento per non essere soffocati. Sopravvento invece, un letto di finissimi filamenti di vetro, i “capelli di Pelee”, nome che deriva dalla Dea hawaiana del vulcano, ricoprono le rocce laviche tanto da sembrare un campo d’erba. I “capelli di Pelee” si formano quando il vento allunga e trasporta la lava prodotta dalle fontane di lava e sono tipici di vulcani basaltici dal magma molto caldo e poco viscoso. La crosta si spacca là dove il magma caldo sale per convezione e si immerge nuovamente vicino ai bordi del cratere, come un modello in scala della tettonica delle placche.

Erta Ale

Si è fatto tardi, il caldo è insopportabile. Torno alla mia capanna di pietre per ripararmi dal sole. Dopo il tramonto, mi incammino nuovamente verso il cratere, questa volta armato del cavalletto. Una lunga fila di luci frontali si dirige verso il bagliore rosso del cratere, mentre qualche stella inizia a brillare nel cielo. Raggiungo il cratere e scatto una delle foto più emozionanti che si possano realizzare, non c’è tecnica, attrezzatura o consiglio miracoloso, bisognava solo essere lì in quel posto, soffrire il caldo, gli infiniti disagi di uno dei luoghi più inospitali del pianeta.

Incontri: Matteo Mazzetti

Questo è il primo post della serie “incontri”, interviste a fotografi professionisti e non che hanno ancora molto da dire con e sulla fotografia. Matteo, bolognese verace è un amico conosciuto durante un viaggio in Islanda che con passione e dedizione si è concentrato nella fotografia di paesaggio e alla realizzazione di audiovisivi che sanno cogliere l’atmosfera dei luoghi da lui visitati.

A questo link potete vedere i bellissimi audiovisivi di Matteo:

http://mazzettimatteo.wix.com/photography#!video/c1cnm

D.  Matteo, senza dubbio il tuo stile fotografico è il “dreaming landscape” cosa ti ha portato a scegliere questo genere di fotografia e quali sono i tuoi “maestri” cui fai riferimento?

 R. Più che “dreaming landscape” a me piace chiamarlo “Low Light Photography” (come viene definito da Lee Frost) perché lo ritengo più congruo a ciò che è, ovvero l’affannosa ricerca della luce, quella luce che può identificare al meglio il paesaggio e valorizzarlo a pieno.

Da quando mi sono appassionato di fotografia, il paesaggio, da buon amante della natura quale sono, mi ha sempre affascinato, soprattutto per i bei momenti che offre, in solitudine o accompagnato, all’alba o al tramonto, con il sole o condizioni meteo avverse. Ci sono luoghi che possono farci vivere momenti indimenticabili che ti segnano nel profondo. Il compito del bravo fotografo è saperli cogliere e valorizzare sia per trasmettere anche ad altri ciò che si è provato che per rivivere le stesse emozioni ogni volta che si rispolvera una vecchia foto, in un momento veramente impagabile.

Nella fase iniziale di crescita di ogni aspirante fotografo si cerca il proprio “io fotografico” guardando molte fotografie e studiando le tecniche utilizzate da altri. I “maestri” del genere che più di altri mi hanno portato verso questo genere di fotografia sono stati Marc Adamus, Xavier Jamonet, Gary McParland, Raymond Hoffmann, Ian Plant, Zack Schnepf, Martin Zalba, Ambre De l’AlPe, Scott Kroeker, Mary Kay, Antony Spencer, Brad Goldpaint, Fred Concha, Hugo Borges, Carlos Gotay.  Tutti questi sono sicuramente nella lista dei miei preferiti, poi c’è Lee Frost stesso, e tantissimi minori che seguo oggi tramite 500px; uno dei miei preferiti è Dylan Toh & Marianne Lem conosciuti anche come  “Everlook Photography” o Jorge Maia, e tanti altri.

Dopo aver studiato le tecniche utilizzate da altri, si comincia a seguire la propria strada, a fare ciò che si ritiene più opportuno, senza farsi influenzare; del resto il bello della fotografia è che è un linguaggio molto personale restando comprensibile su scala universale.

Da qualche tempo ho smesso di lavorare a singoli scatti che, con un po’ di fortuna, chiunque è in grado di ottenere, preferisco invece dedicarmi a progetti a lungo termine. Tra questi prediligo gli audiovisivi fotografici, filmati di fotografie paesaggistiche che, coadiuvati da montaggio e musica contribuiscono a costruire la storia del paesaggio e a raccontarla molto più efficacemente dello scatto singolo.

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 D. Cosa ti spinge a intraprendere un nuovo progetto? Quale in passato ti ha dato maggiori soddisfazioni?

R. Eh, bella domanda, tante cose, a volte l’idea nasce dal semplice ascolto di una canzone o dopo aver visto una foto, magari dopo un viaggio in un luogo speciale com’è stato per l’audiovisivo “Into The Hills” e “Between The Fogs: Tra le nebbie di Castelluccio”. Non c’è una regola fissa, se hai un’idea, la sviluppi e dai sfogo alla tua creatività.

Sicuramente tra tutti i progetti che ho realizzato, quello che in assoluto mi ha dato maggiori soddisfazioni (o meglio mi ha fatto vivere maggiori emozioni) è sicuramente Castelluccio di Norcia. L’audiovisivo l’ho terminato di recente ma che mi è costato 4 anni di fatica, trasferte notturne ed orari improponibili. Tuttavia, dopo 400km di notte, le sessioni invernali da congelarsi, anche solo qualche minuto in quella piana con i paesaggi che ti regala e le emozioni che ti fa vivere, valgono il prezzo dei weekend solitari e del tempo sacrificato.

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 D. Che tipo di attrezzatura consideri indispensabile e perché?

R. Molti mi hanno detto “l’attrezzatura non conta”, io penso che per questo genere fotografico serva una buona attrezzatura. Senza un buon corpo macchina full frame questi scatti non li fai perché si richiede un’elevata gamma dinamica (per me la cosa più importante di un corpo). La nitidezza e il dettaglio si ottengono sol con file RAW molto dinamici che consentano un ottimo recupero di ombre e luci in post produzione. Altrettanto importanti sono sicuramente le ottiche, la mia preferita è il fenomenale 14-24 f2.8 Nikkor. Le buone ottiche sono alla base della nitidezza, della resa cromatica (priva di aberrazioni). Infine servono dei buoni filtri fotografici, io prediligo i digradanti o ND Leeper poter esporre correttamente cielo e terreno e poter utilizzare tempi lunghi anche durante le ore diurne. Ormai senza filtri e un cavalletto stabile non scatto!

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D. Se dovessi dare dei consigli a un giovane fotografo che vuole intraprendere il tuo genere di fotografia, da cosa inizieresti?

R. In primis tantissima pazienza poi la voglia di percorrere centinaia di km anche solo per uno scatto e con la consapevolezza che probabilmente non si porterà a casa nulla di buono, sacrificando magari l’ennesima domenica. Poi c’è la passione che non deve essere rivolta all’aspetto tecnico della fotografia ma anche per il piacere della scoperta di un territorio, di una cultura e della natura. Con queste basi si può iniziare a migliorare, mantenendo viva la volontà di studiare ed imparare le tecniche e i software, ormai divenuti strumento imprescindibile dell’era digitale. Oggigiorno il corredo software deve crescere di pari passo con quello fotografico, lo scatto è in funzione di ciò che si vuole realizzare in post produzione.

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 D. La condivisione online della fotografia digitale ha portato al fiorire di una moltitudine di amatori, pensi che ciò abbia giovato alla fotografia? Cosa fa la differenza tra l’essere uno dei tanti o distinguersi?

R. Dovrei star zitto visto che tutto quello che so l’ho imparato solo ed esclusivamente dalla rete, dai forum e dai social network, ma bisogna saper distinguere nella rete tra tante banalità ciò che ha veramente un valore. Sicuramente la Rete e la condivisione hanno permesso l’accesso di massa alla fotografia, creato una miriade di amatori e aumentato esponenzialmente le vendite dei corpi macchina de delle ottiche.

Purtroppo la rete ha snaturato la professione del fotografo, probabilmente con la fotografia non si campa più come una volta, ha trasformato una professione per pochi in un hobby per tutti. In un mondo ormai saturo di ogni tipo d’immagine, la fotografia ha perso molto significato, e chi una volta comprava le immagini da agenzie prestigiose, ora le compra in rete per pochi spiccioli o addirittura le scarica gratis.

Distinguersi è sempre più difficile in un’arte dove forse non c’è più nulla da inventare solo un guru come Marc Adamus riesce a realizzare scatti originali di “locations” super fotografate. Purtroppo poi, la stessa rete che lo osanna lo accusa di usare 250 livelli in Photoshop per poi osannare banalità su Istangram!

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D. Cos’hai in serbo per il futuro? Cosa ti piacerebbe rappresentare?

R. Sicuramente continuerò a studiare nuove tecniche nel “time lapse” in nuovi progetti audiovisivi. Prossimamente vorrei tornare negli Stati Uniti, principalmente nel West, e fotografare con l’esperienza maturata negli anni alcuni luoghi che ho già visitato ma non osservato con gli occhi del fotografo. Vorrei iniziare un progetto audiovisivo proprio degli States, purtroppo è difficile nel breve tempo di una vacanza riuscire a realizzare un progetto audiovisivo di qualità. In ogni caso nel mondo e in Italia ci sono tantissimi posti magnifici a cui dedicarsi e da riscoprire, l’imbarazzo della scelta manca solo il tempo!

Una notte in Toscana a caccia di stelle

Questo post vuole essere il breve racconto di una notte stupenda, vissuta con persone conosciute da pochissimo ma con il quale ho potuto condividere la vera passione per la fotografia. Il viaggio è iniziato da Bologna il nostro obiettivo era la “Buca delle Fate” nei pressi di Livorno. Arriviamo sul posto dopo quasi 3 ore di strada, ci carichiamo i pesanti treppiedi sulle spalle e ci incamminiamo. Il sentiero percorre il fianco di un promontorio a picco sul mare, si alterna in un saliscendi immergendosi in un bosco che profuma di funghi, accarezzato dalla brezza che sa di salsedine. La tentazione di fermarci per fare qualche scatto è forte, tuttavia il nostro “capo spedizione” Matteo Mazzetti, conoscitore del posto, ci sprona a proseguire per non perdere la luce del tramonto. Dopo 40 minuti arriviamo sul posto. Il sole è ancora alto ma comprendiamo subito le potenzialità della “location”. La “Buca delle Fate” è una piccola caletta circondata da rocce calcaree bianche e dorate, scolpite dall’erosione. Il mare è calmo ma le onde si insinuano tra gli scogli come in una danza sinuosa. Guardando l’orizzonte ci sembra di toccare l’Isola D’Elba su cui svetta il Monte Capanne. La luce è quella giusta e bisogna iniziare a fotografare! Ognuno monta la propria attrezzatura, io cerco qualche lunga esposizione, aiutata dai filtri ND digradanti Lee che gentilmente mi presta Matteo.

Lezione numero 1: l’inqudratura migliore non è quasi mai quella più comoda.

I filtri ed il cavalletto consentono di ridurre i tempi di posa a 1/4 si secondo, sufficiente a rendere l’effetto vellutato del movimento dell’acqua tra gli scogli. Imparo presto che i filtri sono fondamentali per esporre correttamente in queste condizioni particolari di luce.

Rocce bagnate in controluce.

Il sole cala rapidamente, presto il crepuscolo lascia spazio all’ora blu. Siamo assaliti dalle zanzare e…dalla fame! Ci incamminiamo a ritroso lungo il sentiero illuminato con le torce frontali fino al ristorante. Ceniamo e passiamo qualche tempo a osservare i primi risultati al computer e a discutere su quali fossero le migliori inquadrature e le scelte da fare nello sviluppo del file raw. Ma non abbiamo finito…alle 23 saliamo nuovamente in macchina, direzione San Quirico D’Orcia. Il cielo limpido ci fa sperare di poter fotografare la Via Lattea nei pressi della Cappella della Madonna di Vitaleta. Arrivati sul posto, lo stupore è tanto quando ci accorgiamo che la notte è limpidissima e illuminata da una miriade di stelle. Ci incamminiamo lungo la stradina fermandoci spesso per cercare qualche bella inquadratura. Imparo dai miei compagni di avventura che fotografare la Via Lattea non è di per se difficile. Ovviamente serve un cavalletto robusto, un’ottica luminosa (nel mio caso un Nikkor 20, f2.8), un tempo di posa di 20-25 secondi a 2500 iso. Ciò che è importante è usare l’autoscatto o un telecomando e cercare di inserire nell’inquadratura sempre un soggetto in primo piano.

La Cappella di Madonna di Vitaleta

E’ impressionante quanta luce ci sia di notte! Spesso è una luce diffusa o proveniente dall’onnipresente inquinamento antropico. Tuttavia questo diventa interessante, così come lo sono le nuvole che disegnano nel cielo bizzarre geometrie rosa. E’ divertente provare di illuminare i soggetti in primo piano per non più di un secondo con una torcia come ho cercato di fare in questo scatto con il pozzo.

Il pozzo della Cappella della Madonna di Vitaleta

Prima di coricarci nei sacchi a pelo e nelle tende per un paio d’ore di riposo non mi resta che pensare di quanto sia importante poter condividere le proprie passioni con altre persone. Oltre ad essere divertente mi permette di avere nuovi stimoli e confrontarmi su stile, tecniche e attrezzature. All’alba i primi raggi di sole illuminano le dolci colline della Val D’Orcia e ci regalano uno scorcio della cittadina di Pienza. Torniamo alla macchina e partiamo alla ricerca di un buon cappuccino e brioche, certi di dover tornare in questo splendido angolo di Toscana a fare altre fotografie tra amici.

Alba sulla cittadina di Pienza

Linee e colori

Un’altra stagione in Islanda è passata, breve, fugace, come le nuvole, come l’estate in questa terra a cavallo tra America ed Europa, con un piede sul Circolo Polare Artico e l’altro bagnato dalla tiepida Corrente del Golfo. Dopo quattro estati trascorse a camminare sulle sue verdi colline, a guadare fiumi che irruenti prendono vita dai ghiacciai con nomi impronunziabili, mi sono chiesto che foto avrei potuto fare quest’anno. Quando si conosce un terra nuova, lo sguardo è per forza di cose ubriacato, si perde negli ampi spazi, ansioso di carpire ogni particolare, colore, luce. Con il tempo tuttavia, la nostra attenzione finisce per concentrarsi nei dettagli, sono così passato dai grandi ghiacciai e cascate alla ricerca di geometrie, sfumature di colore e dettagli che fossero in grado di racchiudere un tutto più complesso e che è più della somma delle sue parti. In Islanda la natura è prepotente e, per forza di cose, è il soggetto che più di altri attira l’attenzione di chi fotografa, ma nei prossimi articoli posterò anche qualche ritratto. Questo rappresenta una sfida ben più ardua per il fotografo che viaggia in Islanda perchè gli islandesi sono popolo schivo e timido e difficile da sintetizzare in uno scatto se non si riesce a instaurare con loro un rapporto di intimità e amicizia. Tornando ai due scatti di questo articolo, il primo è un dettaglio del ghiacciaio Langjokull, là dove incontra il deserto vulcanico dello Sprengisandur. Nel secondo sono rimasto colpito dal brillante muschio che cresce nel proibitivo substrato basaltico su una collina verso Landmannlaugar. La malinconia per essere tornato in Italia è sostituita dalla certezza che l’Islanda sarà sempre in grado di offrirmi motivi di stupore!

Kiwi dagli occhi a mandorla

Quasi tutti ancora dormono alle 6 del mattino, tutti tranne chi sta facendo il turno notturno di sorveglianza agli impianti di trattamento acque, ai generatori ed ai frigoriferi; quando si sente in lontananza la sirena di una nave. E’ la nave coreana che aspettavamo da settimane. E’ una rompighiaccio di fabbricazione russa, sia chiama Araon (Ara=mare, On=tutto), stazza 7400 tonnellate ed è lunga circa 80 metri. Chiama alla radio la sala operativa portando il suo saluto alla base italiana. La aspettavamo da tempo, doveva arrivare una settimana fa ma si è fermata a soccorrere un peschereccio giapponese che, urtato un iceberg, imbarcava acqua nello Stretto di Drake, il tratto di mare più pericoloso del mondo. La Araon porta nella sua stiva diversi container italiani, caricati a in Nuova Zelanda e pieni di frutta, verdura, molta coca cola e…..finalmente le tanto agognate birre da accoppiare alla pizza del sabato sera. Quello di trasportare cibo e attrezzature per gli italiani è un favore tra futuri vicini di casa in accordo con il principio di collaborazione sancito dal Trattato Antartico. I coreani hanno infatti in progetto di costruire una avveniristica base a Baia Terra Nova a circa 15 km da quella italiana. Secondo il “Trattato Antartico” in vigore dal 1 Dicembre 1959 l’Antartide non appartiene a nessuno ma è un patrimonio dell’intera umanità. Il Trattato quindi accantona, fin tanto che rimane valido, le rivendicazioni territoriali che alcune nazioni avanzano per motivi geografici (Cile, Argentina, Australia, Nuova Zelanda) o per esser state protagoniste dell’esplorazione (Inghilterra, Francia, Norvegia). I paesi firmatari sono 12 e 27 quelli che fanno parte del consultivo. Per far parte del consultivo bisogna condurre ricerche scientifiche sostanziali ed avere almeno una base permanente sul territorio. Secondo il Trattato, l’Antartide è un continente pacifico dove c’è assoluta libertà scientifica. Le nazioni si impegnano a proteggere l’ambiente e a non produrre rifiuti e possono mandare ispezioni in qualsiasi base di un altra nazione.
Poco prima di mezzogiorno, un elicottero si alza dalla nave, atterrando sull’helipad della base. Scendono il capo spedizione coreano, un camera man e l’ingegnere capo, accolti dal nostro capo spedizione Alberto Della Rovere. Gli ospiti sono invitati a pranzo e il camera man viene accompagnato a filmare ogni angolo della base….compresi i cuochi Pippo e Franco mentre scolano gli spaghetti.
Il giorno successivo i nostri elicotteri fanno la spola con la nave per caricare in grosse reti il carico, tutti sono stati chiamati a dare una mano e stivare il cibo nei container vicino alla cucina. Il nostro capo spedizione e gli ospiti si riuniscono. I coreani hanno enormi risorse economiche e tecnologiche, ma hanno bisogno dei consigli della quasi trentennale esperienza italiana su come si vive in Antartide, come organizzare la base, ma anche sul clima che incontreranno a Baia Terra Nova (tipo di vento, temperature, condizione stagionale del pack ecc…). In occasione, chiediamo al capo spedizione coreano se possono rompere con la nave il pack che ancora persiste nella baia per poter consentire ai biologi marini di mettere in barca il battello oceanografico “Skua”. I coreani acconsentono, il giorno successivo la Araon tenta invano di rompere il ghiaccio, ma avanza solo di 200 metri. Lo sconforto assale i biologi, estremamente frustrati di non poter pescare gli Ice Fish o analizzare la composizione e il contenuto in microplancton delle acque non ricoperte dal ghiaccio.
L’arrivo della nave ha portato comunque una ventata di allegria, a cena posso finalmente gustarmi dei buonissimi kiwi e qualche ottimo mandarino. Non si può non riflettere sui motivi e su quanto sia complicata la nostra permanenza in Antartide. Nel territorio più inospitale e selvaggio del pianeta questo succoso kiwi diventa un bene dal valore enorme, ha infatti percorso migliaia di chilometri su una nave che brucia migliaia di litri di gasolio, tutto ciò per consentire la ricerca scientifica. Rifletto quindi sulla responsabilità che abbiamo nello svolgere un lavoro egregio e sul prestigio che ci è concesso ad avere queste enormi risorse a disposizione. Poi il pensiero va al futuro di questo continente, cosa ne sarà dell’Antartide quando scadrà il Trattato nel 2048? L’Antartide è un continente antico, ricco di risorse minerarie e con enormi riserve di petrolio e gas. Fino ad ora è stato protetto dal Trattato, a sua volta voluto dalle grandi potenze di allora (Usa e Urss). Il rinnovo del trattato dovrà essere voluto dalle grandi potenze del futuro, in particolare da Cina ed India che hanno nuove moderne basi sul continente, oltre ovviamente dagli Stati Uniti che con la base di Mc Murdo hanno costruito una vera e propria cittadina con oltre 2000 abitanti.
Mordo il mio prezioso kiwi che odora di erba lontana con un po’ di malinconia, spero che l’egoismo delle nazioni non uccida mai il sogno di un Antartide come patrimonio naturale e scientifico dell’intera umanità.

Venti catabatici, pinguini ed altre antartiche meraviglie

I giorni trascorrono veloci, ormai ci siamo abituati ai voli in elicottero e iniziamo a prendere confidenza con i toponimi geografici di questa parte di mondo. Sorvoliamo il ghiacciaio Mariner, alla nostra destra si stagliano le cime gemelle del Mount Murchison, gli scisti di cui sono composte disegnano pareti scure e verticali. Ma ciò che ci preoccupa maggiormente sono dei lunghi baffi di neve che, trasportati dal vento, si arricciano verso il cielo blu. La giornata sembra perfetta, nemmeno una nuvola in cielo, ma quei segni indicano che sta arrivando il vento catabatico. I venti catabatici sono masse di aria fredda che si formano a 3000 metri, sulla calotta e che poi discendono incanalandosi nelle vallate verso il mare; possono raggiungere i 180 km/h e arrivano improvvisamente.  Fortunatamente le stazioni meteo collocate negli avamposti intermedi tra la costa e la base Italo-Francese di Dome Concordia avevano avvisato la sala operativa di Baia Terra Nova la quale ha contatto il nostro pilota, questi ci chiede per radio:” Are you ready for the crazy flight?”…L’elicottero comincia a risentire delle turbolenze, sobbalza, e scarta di lato mentre Giles usa tutta la potenza del motore per contrastare il vento che rinforza rapidamente. Fortunatamente siamo quasi arrivati, sotto di noi c’è il ghiacciaio Campbell e si vede la struttura azzurra della base dall’altra parte della baia. L’elicottero atterra sull’helipad spazzato dalla sabbia, dopo essere usciti aiutiamo il pilota a stabilizzare il velivolo con spesse cinghie fissate con moschettoni di acciaio al telaio e a dei supporti di cemento a terra. Rientrati in base ci accorgiamo che anche gli altri ricercatori sono rientrati, quelli che hanno avuto maggiori difficoltà sono stati i biologi marini che si trovavano sul pack per pescare da un foro praticato nel ghiaccio.
Il catabatico soffia per qualche ora e tutta la base muggisce come se fosse la cassa armonica di un grande organo. I giorni successivi, anche se il vento è scomparso, una fitta coltre di nubi ricopre tutta la Terra Vittoria Settentrionale e le attività di volo sono ferme. Approfittiamo del periodo di sosta per fare ordine nel lavoro svolto, scaricare la posizione dei luoghi dove abbiamo raccolto le rocce dal GPS e inserire le coordinate in un software di cartografia digitale sul quale è stata caricata una carta topografica dello United States Geological Survey. Non ci si annoia mai e poi domani è la vigilia di Natale!
I preparativi per le festività sono iniziati già da giorni, i cuochi sono ovviamente i più impegnati ma ognuno contribuisce come può, c’è chi addobba e chi prepara il salone. La cena della vigilia è seguita da una piccola festa al Pinguinattolo, una casetta di legno con una piccola palestra, qualche panca e un camino. Ci scambiamo gli auguri, si stappa qualche rarissima bottiglia di spumante e il Capo Spedizione regala a tutti una T-shirt commemorativa della spedizione. Il giorno di Natale passa tranquillo, dopo un pranzo pantagruelico c’è chi va a riposarsi e chi si ferma a chiacchierare o a fare qualche partita a calcio balilla. Parlo con Ennio, il biologo marino di origini napoletane il quale mi racconta le difficoltà che hanno a pescare gli “icefish”. Questi sono pesci adattati a vivere nelle acque gelide antartiche (-2°C) che hanno eliminato l’emoglobina dal sangue per far si che questo non congeli. Purtroppo, mi spiega, il pack quest’anno tarda a rompersi, e c’è scarso apporto di nutrienti nella baia e quindi di pesci, “abbiamo fatto diversi tentativi, pescato altri pesci interessanti, ma proprio quando la giornata sembrava propizia, una foca ha deciso di venire a respirare dal nostro foro e abbiamo dovuto smettere di pescare” mi racconta.
Il giorno di Santo Stefano riprendono i voli e anche noi usciamo per lavorare a Cape Washington, a circa 15 minuti dalla base. L’elicottero atterra sul pack e cominciamo a osservare le rocce che compongono la scogliera verticale. Sono basalti, lave di un antico centro vulcanico ormai estinto ed eroso. Proprio mentre prendiamo la posizione al gps notiamo che un pinguino si sta avvicinando. Dista qualche centinaio di metri ma si muove velocemente, scivolando sulla pancia spinto dalla zampe. Dopo una decina di minuti è a pochi metri da noi, incuriosito si avvicina a Carmelo il collega vulcanologo dell’Università di Catania. Carmelo lo saluta alzando il braccio destro e il pinguino risponde sollevando l’ala sinistra…E’ una situazione comica, il pinguino è un Adelie, alto circa 30 cm ha la pancia bianca e la testa nera, gli occhi scuri sono circondati da un anello bianco. E’ strano vedere un pinguino da solo, solitamente vivono in grandi colonie, facendo i nidi con piccoli sassi disposti in mucchietti concentrici. Questo è probabilmente un esemplare giovane, cammina verso di noi, ci osserva con sguardo intelligente, cerca di spaventarci, prova a beccare me e Carmelo ma spesso inciampa risultando incredibilmente buffo. Dopo poco si tranquillizza e si allontana verso la più vicina crepa nel ghiaccio…Torniamo a lavoro, inconsapevoli che il “pinguino solitario” sarebbe diventato uno dei nostri più simpatici compagni di avventura!

Nubi all’orizzonte e primi freddi

I giorni trascorrono senza sosta, usciamo in elicottero altre quattro volte, impegnati in zone sempre più distanti dalla base. Ci svegliamo, facciamo colazione in mensa dove il cuoco Pippo, di origini napoletane, ci accoglie sempre con una colonna sonora allegra e adatta al risveglio; oggi sono gli Abba ad accompagnarci. Pippo è fantastico, prepara con il collega Emanuele il pane fresco e la pizza tutte le mattine oltre ovviamente a torte e cornetti alla crema. Il programma del giorno prevede un volo verso il vulcano Overlord e la zona di Aviator Nunatak. I siti distano 130 km circa dalla base ed il nostro pilota sarà Bob. Voliamo per circa un ora in direzione nord-ovest, il viaggio è lungo così decido di fare un po’ di conversazione con il nostro pilota. Bob è neozelandese del nord e vola da 15 anni in Antartide, ha lavorato alla base di McMurdo con gli americani, a Scott dai neozeladesi e Domont Durville con i francesi. Ma il posto che ama di più è la base italiana di Baia Terranova. Ci avviciniamo all’Overlord, un vulcano di oltre 3000 metri ormai spento. Vogliamo raccogliere dei campioni di roccia da un cono nero che affiora dalla neve, lo indichiamo a Bob ma lui ci dice che è troppo in alto, l’aria è rarefatta e l’elicottero arranca. Riesce comunque a salire e scaricarci sul punto, ma ci dice che ci attenderà più in basso, lo chiameremo sul canale 1 quando saremo pronti a ripartire. Scaricati gli zaini e la borsa di sopravvivenza ci accucciamo coprendoci il volto mentre il velivolo decolla sollevando una nuvola di neve ghiacciata dall’aspetto polveroso. Poi cala il silenzio, siamo soli e ci accorgiamo in pochi istanti che qui fa un gran freddo! Il termometro dice -25°C e la leggera brezza che ci colpisce al volto non migliora le cose. Camminiamo sul sito per una mezz’oretta, raccogliendo campioni. Tornato a prenderci indichiamo a Bob la prossima meta: una cresta nera che si staglia ripida sul fianco settentrionale dell’Aviator Nunatak. Questi è di una bellezza commovente, sembra una barca di roccia antichissima che naviga al centro dell’immenso ghiacciaio Aviator. Vorremmo atterrare in un punto ma mi sembra stretto, lo dico a Bob ma lui, con un sorriso sardonico e l’immancabile accento kiwi mi risponde: ”tell me where you want to go and I’ll land there”. Avvicina la cresta di roccia controvento e con delicatezza appoggia i pattini in una zona non più ampia di 3-4 metri quadri. Se guardo dai finestrini posti sotto i miei piedi vedo il baratro…Come fatto precedentemente scendiamo e l’elicottero se ne va per aspettarci in una zona meno “precaria”.
Terminato di raccogliere le rocce pranziamo con Bob consumando il sacchetto che ci ha preparato il cuoco Pippo. L’acqua ed il succo di frutta si sono congelati, ma i panini sono commestibili! Chiacchiero ancora con Bob, mi dice che ha imparato a volare a 18 anni, nell’aviazione neozelandese e che è preoccupato perchè dove vive è in corso una brutta alluvione e lo Stato ha dichiarato la calamità naturale. Poi ci chiede cosa stiamo cercando. Gli spieghiamo che cerchiamo delle rocce laviche che contengono dei minerali verdi chiamati “olivine”. Lui mi risponde: “Ok, I know a place!”. Non ci credo, la giornata era stata proficua ma non avevamo trovato ciò che cercavamo. Bob ci porta dove di solito si rifornisce da alcuni barili di carburante semi sepolti nella neve sul bordo della parete degli Eldridge Bluff. Ed eccole lì le nostre rocce! Ripenso agli insegnamenti del Prof. Neri il prima anno di Università. Con il suo accento bolognese ci diceva che se ci trovavamo in un posto poco conosciuto dovevamo parlare prima di tutto con le persone del luogo, contadini, allevatori ecc…Anche se non sono scienziati conoscono il territorio, lo osservano attentamente e ne percepiscono i cambiamenti. Bob non è uno scienziato e nemmeno un agricoltore, ma vola in Antartide da 15 anni e conosce come le sue tasche questo pezzo di mondo!
Ripartiamo per rientrare alla base, ormai galvanizzato dall’aver trovato persone che parlano con lui e lo coinvolgono, anche Bob vuole trasmetterci un po’ delle sue conoscenze e inizia a spiegarci tutti i comandi dell’elicottero. Rimango meravigliato dalla sua lezione, l’elicottero è davvero una macchina meravigliosa e nelle sue mani, pilotarlo sembra uno gioco. Ascolto Bob lusingato che con tanta gentilezza ci illustri l’effetto che fa la spinta sui pedali, il movimento della cloche o l’agire sulla leva del collettore.
Ma appena ci alziamo in volo Bob si fa serio. Le nubi si stanno chiudendo intorno a noi, arrivano veloci da ovest e ormai toccano le cime delle montagne. Se non fosse per una leggera striscia di cielo azzurro saremmo nel “white out”, la totale assenza di punti di riferimento e della percezione dell’orizzonte. Bob chiama Giles sull’altro elicottero, questi lo tranquillizza rassicurandolo che le nubi sono basse e che a Baia Terranova è sereno come sempre, per questo gli americani la chiamano “Banana Bay”. Così ci alziamo sopra le nubi e puntiamo verso il Mt. Melbourne. Usciti dalle nubi Bob si rilassa e ci fa volare per circa 20 minuti a bassissima quota sul ghiacciaio Campbell e dove questi si getta in mare. E’ un’esperienza esaltante, sotto di noi crepacci enormi e sculture di ghiaccio azzurro, percepisco l’amore che il nostro pilota prova per il volo…e finisco la scheda della mia macchina fotografica.
Atterriamo a Baia Terranova, siamo esausti ma felici che la giornata sia andata per il verso giusto, mi carico il pesante zaino pieno di rocce sulle spalle e mi giro per entrare in base, faccio appena in tempo a vedere Giles che indica una roccia nera in mano a Bob e gli chiede: “Cos’è quella?” e lui “ Come, non lo sai? E’ olivina!”.

Articolo gentilmente concesso dalla testata giornalistica MP News che pubblicherà, nel corso di tutta la Missione, un Reportage sull’Antartide a firma di Pier Paolo Giacomoni.

Verso un mondo di luce: l’arrivo a Baia Terra Nova

Stiamo pranzando all’albergo quando arriva il comunicato sulle condizioni meteo sopra la base di McMurdo dall’aviazione statunitense; la perturbazione sembra concederci una finestra priva di nuvole per qualche ora. Il rischio persiste ma dobbiamo tentare, si parte. Ci vestiamo con l’abbigliamento antartico, come richiede il protocollo di volo. Piedi e mani sono i punti più sensibili al freddo perciò indossiamo scarponi canadesi progettati per -40°C, portiamo con noi sottoguanti, guanti, berretta di lana e cappello, il tutto ovviamente in rosso, il colore che si distingue meglio sul ghiaccio. Di nuovo ci troviamo faccia a faccia con il militare neozelandese del precedente tentativo che questa volta, però, non ci ferma. Siamo trasportati su un vecchio pullman all’interno dell’aeroporto e poi su un airbus del tutto simile a quelli civili. Alle 21 decolliamo. Il volo durerà circa 6 ore. Ognuno cerca un modo per passare il tempo o magari per scacciare il pensiero che ancora una volta, giunti a metà strada, potremmo essere costretti a tornare in Nuova Zelanda.

Mi rilasso leggendo i diari di Scott, della prima fallimentare spedizione “Discovery” (1902-1903) verso il Polo. Partirono da Baia Terranova, la nostra destinazione. Mi addormento pensando che forse tra non molto vedrò io stesso quei luoghi. Mi sveglia la voce del pilota: “alle vostra sinistra potete ammirare il pack” dice. Mi affaccio al finestrino e sono accecato dalla luce. Siamo partiti che il sole era tramontato ma lo abbiamo “inseguito” ed ora, in piena notte è lì, alto in cielo, e si riflette sulla superficie di un infinito oceano di ghiaccio. Lo spettacolo è di quelli che tolgono il fiato. Scattando qualche foto mi accorgo che non è come lo immaginavo. La superficie ghiacciata non è piatta bensì percorsa da ondulazioni e increspature ampie chilometri che creano ombre lunghissime e strabilianti. Il pack è a volte interrotto da spaccature; dritte linee blu separano enormi iceberg piatti come in un quadro astratto. Presto iniziano a intravedersi le prime montagne ricoperte di neve, ghiacciai riempiono le valli e raramente riconosco piccoli lembi di roccia.

E’ impossibile rendersi conto delle distanze o delle dimensioni: piccole cime potrebbero essere alte 3000 metri e quello che sembra un normale ghiacciaio, essere largo 50 chilometri. La mente mi porta a immaginare che ciò che vedo doveva assomigliare all’aspetto delle nostre Alpi durante l’ultima glaciazione. Dal finestrino riconosco il Monte Melbourne, un vulcano attivo alto 2700 metri che sovrasta Baia Terranova. Cerco di riconoscere la base italiana; chiedo a chi è più esperto ma mi dicono essere coperta dalle nubi.

Rimango però esterrefatto alla vista dell’imponente fronte del ghiacciaio Drygalsky che si getta nel mare poco a Sud di Hells Gate, una baia denominata così da R. Scott per via dei forti venti che vi si incanalano. In breve tempo l’aereo comincia la sua discesa verso la base di McMurdo. Quello della base americana è un vero e proprio aeroporto che rispetta tutte le norme internazionali dell’aviazione civile ma, invece di essere in asfalto, la pista è ricavata sulla superficie ghiacciata della Ross Shelf, un’aerea enorme costituita da una serie di ghiacciai terrestri che confluiscono in mare. Grazie a ciò gli americani sono in grado di mantenere una pista per tutto l’anno mentre quella italiana, costruita sul pack, in estate diventa inutilizzabile.

L’aereo atterra alzando una nuvola di neve e scendiamo a uno a uno dalla scaletta. E’ un momento indimenticabile, metto il piede sul ghiaccio, una folata di vento ci colpisce il volto e respiriamo a pieni polmoni l’aria a -20°C; ci sovrasta con i suoi 3300 metri di altezza il Monte Erebus. Siamo ordinatamente stipati in un container riscaldato in attesa dei voli verso la base italiana. Sono fortunato, parto quasi subito insieme ai dieci francesi su un twin otter; il piccolo aereo ha due motori a elica e prende agilmente la via della pista, scivolando con i pattini sulla superficie ghiacciata. In un’ora e mezza siamo a Baia Terranova, nel frattempo il cielo si è riempito di nubi, per fortuna alla base Mario Zucchelli c’è un bellissimo sole. Il twin otter atterra sul mare ghiacciato della Tethis Bay. Ad attenderlo una cisterna per il carburante e il gruppo che deve prenderlo per andare a McMurdo e imbarcarsi per fare il viaggio inverso e tornare finalmente a casa.

Molti sono veterani, chi si conosce si abbraccia mentre i nuovi sono accolti calorosamente con una forte stretta di mano ed un sorriso. Saliamo su una jeep e in pochi minuti arriviamo alla base passando per le cisterne del carburante avio, davanti ai magazzini e infine all’edificio principale dove si trova la sala operativa, i moduli abitativi e quelli con i laboratori e gli uffici. Sono le 4 del mattino, tutti dormono, il sole è caldo, qui il clima è molto più mite rispetto che alla base americana. Entrati in base ci danno delle comode pantofole e ci portano ai rispettivi alloggi, poggio la borsa e seguo un irresistibile odore di cornetti fino alla mensa, dove il cuoco napoletano è intento a preparare la colazione. Ci rilassiamo, anche i francesi sono stupiti dall’ospitalità: qui, nel luogo più inospitale della Terra, esiste un lembo di Bel Paese. La stanchezza prende il sopravvento, mi corico in branda, non mi sembra vero, sono in Antartide. E l’avventura deve ancora incominciare …

Articolo gentilmente concesso dalla testata giornalistica MP Newsche pubblicherà, nel corso di tutta la Missione, un Reportage sull’Antartide a firma di Pier Paolo Giacomoni.

Un mondo di ghiaccio – An Icy World

ISLANDA, Jokulsarlon, Luglio 2009

Tak fyrir, dicono in Islanda, “grazie mille” sarebbe la traduzione più corretta in italiano. Per questo scatto devo davvero essere grato all’Islanda, alla sua atmosfera e all’incredibile dote che ha questa terra lontana di stupire continuamente.

Questa foto è stata fatta a Jokulsarlon, la “Baia degli Iceberg”. Un posto splendido, meta imprescindibile per ogni viaggiatore che visiti l’Islanda per la prima volta. Jokulsarlon è una baia di acqua salmastra nella quale una delle più grandi lingue glaciali dell’enorme Vatnajokull “sfocia” nell’Oceano Atlantico. Qui i ghiacci cominciano lentamente a sciogliersi ed a frammentarsi in centinaia di iceberg, grandi a volte come palazzi. Gli iceberg iniziano poi a fluire verso il mare, trasportati dalla corrente e dalle maree.

In Islanda il tempo è spesso piovoso, il cielo grigio e, soprattutto nel sud del paese, dove si trova Jokulsarlon, flagellato da terribili bufere. Perciò ogni viaggiatore spera di arrivare a vedere la baia in un giorno fortunato di bel tempo. Nel Luglio del 2009 avevo dormito in tenda su una morena a pochi metri dall’acqua della baia. Rimasi sveglio a lungo, il sole di mezzanotte non mi faceva prendere sonno, ne approfittai per fare due passi e scattare qualche foto alle foche che nuotavano tra i blocchi di ghiaccio. Il silenzio era interrotto solo dalle esplosioni del ghiaccio che si spezza e dal riassestarsi degli enormi iceberg nella loro eterna ricerca di un nuovo baricentro.

Il giorno seguente mi svegliai presto, un po’ abbattuto perchè l’accampamento era avvolto nella nebbia, quasi non si scorgeva la baia. Presi comunque la macchina fotografica e mi diressi verso la riva e qui l’Islanda mi stupì nuovamente. La nebbia si diradò, evidenziando solo le punte di quelle che sembravano guglie di una cattedrale gotica. Qualche raggio di luce evidenziò i diversi colori del ghiaccio, blu quello più compatto e bianco quello più ricco in bolle d’aria. Alcuni blocchi portavano con se una gran quantità di sedimenti, introducendo delle note nere al quadro naturale. Solo, con le zampette sul ghiaccio, un gabbiano reale si guardava intorno….TAKK FYRIR Islanda, perchè non finisci mai di stupire!