Il rombo del vulcano

Stromboli – Isole Eolie

Ci sono persone in fila per prendere i caschetti, gli scarponi sono allacciati, negli zaini abbiamo una bella scorta d’acqua. Salire sulla cima di Stromboli è faticoso, soprattutto nelle giornate di scirocco quando l’aria è umida e difficile da respirare. Per i primi 400 m di ascesa si cammina in una macchia mediterranea, non soffia un alito di vento, le magliette si appiccicano alla pelle per via del sudore. Bere è importante per integrare i liquidi perduti, si deve salire il più svestiti possibile e coprirsi con una giacca ogni volta che ci si ferma. Il sentiero sale zigzagando sul fianco sud-est dell’isola che ha la forma di un perfetto cono vulcanico. All’aumentare della quota la vista su paese di San Vincenzo e sul “neck” vulcanico di Strombolicchio migliora ed aiuta a non sentire la fatica. Oltre quota 500 la sabbia diminuisce e fa posto ad un substrato più solido composto da antiche colate laviche e piroclastiti così, nonostante il sentiero diventi più ripido, la camminata risulta facilitata per il grip migliorato.

Stromboli

Presto il silenzio è interrotto dal rombo cupo delle esplosioni intermittenti dette appunto “stromboliane”. Appena ci affacciamo al bordo della Sciara del Fuoco, gli occhi si riempiono della luce del tramonto e i funghi di cenere nera delle esplosioni sono chiaramente visibili. A quota 800 comincia a far fresco, il vento è intenso, prima di cambiare la maglia sudata ed indossare una giacca più calda, aspettiamo di raggiungere gli shelter di cemento armato che offrono anche un buon riparo. Il sole cala rapidamente e la luce del tramonto lascia posto al buio. Sediamo su bordo dell’orlo calderico, i crateri sono qualche decina di metri sotto di noi. Le esplosioni si susseguono, una ogni dieci minuti circa, a volte brevi, altre volte che durano qualche secondo.

Attività stromboliana

Non possiamo sostare a lungo sulla cima, colpa dell’ordinanza della Protezione Civile, dopo l’evento parossistico dell’Aprile del 2003. La discesa al buio con le torce frontali è divertentissima perché avviene in un facile sabbione lungo il versante meridionale. Ci fermiamo qualche minuto con le torce spente ad ammirare il cielo stellato e le lontane luci di Reggio Calabria, poi dritti verso una meritata pizza in paese….negli occhi un po’ di cenere vulcanica e nelle orecchie il rombo del vulcano.

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La Libreria “Alta Acqua” a Venezia

Chi non conosce Venezia? Globalmente riconosciuta icona d’italica bellezza, la città che da 1000 anni affonda come il romanticismo di cui è portabandiera; che s’inabissa sotto il peso di milioni di turisti che ogni anno colgono l’occasione della vita per ammirare Piazza San Marco, il Canal Grande o per fare un giro in gondola sotto il Ponte dei Sospiri. In un luogo così ricco di stereotipata e commercializzata bellezza è ancora possibile provare delle emozioni originali, sincere? A me è capitato, entrando nella libreria “Alta Acqua”.

Signor Gianni

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La libreria si trova in Calle Longa Santa Maria Formosa 5176, non lontano da Piazza San Marco ma distante dal massiccio flusso di turisti che solitamente si ferma non oltre Ponte dei Sospiri, a caccia di una banale cartolina del ponte utilizzato dai condannati a morte per giungere nelle prigioni del Doge ed erroneamente ritenuto luogo d’incontro di amanti clandestini. L’ingresso della libreria si affaccia su una piccola piazza, l’originalità del luogo s’intuisce immediatamente dalla presenza di una vecchia carriola stracolma di libri. Nella piazza si affaccia anche un affascinante studio di un artigiano che fabbrica le tradizionali maschere di carnevale veneziane. Purtroppo ha tappezzato la vetrina del suo laboratorio con minacciosi cartelli rivolti verso chiunque osi fotografare lui e lo studio. Completamente diversa l’accoglienza che riceviamo entrati nella “Libreria Alta Acqua”. Il proprietario, il signor Luigi Frizzi, accoglie chiunque con un sorriso, invitandoci ad esplorare e fotografare ogni angolo della libreria. Entrare significa immergersi completamente in un mondo che sa di antico. I libri sono ammucchiati in maniera apparentemente caotica, riempiono una gondola al centro della sala principale, colmano scaffali di legno o canoe appese alle pareti. In un angolo un’immagine di Corto Maltese troneggia su un’antica vasca piena di letteratura erotica. All’interno il visitatore è libero di sfogliare e leggere qualsiasi volume, c’è anche una sedia che si affaccia su un piccolo canale, si può sedere e leggere con i piedi quasi nell’acqua mentre gli occhi stupiti dei turisti in gondola ci passano davanti. In un piccolo giardino sul retro, una scala letteralmente fatta di libri usati consente al visitatore di guardare oltre un muro il canale attraversato da snelli ponti e su cui svettano magnifici palazzi seicenteschi.

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Forse non sarà la più bella libreria del mondo ma è di certo una delle più suggestive. All’interno si percepisce che lo scopo ultimo non è quello di vendere i libri, piuttosto di dar vita ai libri. I libri, ognuno con la sua dote di conoscenza, sembrano ammassati, costretti in un mondo troppo piccolo a rivivere nelle più bizzarre delle situazioni. Qui i libri mi sembrano una metafora dell’umanità, ognuno di noi, come un libro, con la sua storia da raccontare.

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Erta Ale – Dancalia, Etiopia

Vengo svegliato da un vociare sommesso, rumore di stoviglie e di anfibi che calpestano il suolo sassoso. Apro gli occhi, è ancora buio, mi metto seduto sulla stuoia che mi fa da giaciglio all’interno della piccola capanna di pietre laviche. Una precauzione necessaria non per il freddo, la pioggia o il vento qui, nel cuore della depressione dancala ci sono 30 gradi a mezzanotte, piove meno di 10 mm di pioggia l’anno e non spira un soffio d’aria. La capanna serve per ripararsi dal sole micidiale che rende quasi impossibile ogni attività nelle ore più calde del giorno.

Raggiungo i miei compagni di viaggio alla tavola che la nostra guida Afar ha apparecchiato per la colazione. Mi sforzo di mangiare anche se alle 3 del mattino non sono molto affamato, ma mi serviranno delle energie per la camminata che ci spetta, oggi saliamo al cratere del vulcano Erta Ale. Intorno a noi un plotone dell’esercito etiope si gode un caffè intonando una canzone. I loro volti nascondono l’età, non hanno più di 20 anni ma sono bruciati dal sole e il viso è solcato da rughe profonde. Ci scorteranno durante la salita con i loro Ak-47 di fabbricazione cinese, una precauzione che si è resa necessaria dopo che 4 turisti tedeschi sono stati uccisi l’anno precedente da un’incursione di predoni eritrei. In questa parte del mondo, gruppi nomadi di pastori Afar eritrei ed etiopi si contendono i pozzi in cui far abbeverare le capre e i dromedari e non scorre buon sangue tra Eritrea e Etipia. Questo insieme di fattori fa sì che questa sia una zona molto calda, tanto che persino l’ONU ha deciso di rinunciare a stabilire un preciso confine in questo deserto inospitale di sabbia, sassi e lava.

Capelli di Pelee

I tre dromedari son pronti, caricati con cibo, acqua e le stuoie su cui dormire. Iniziamo a camminare con le torce frontali, dobbiamo tenere un passo costante per riuscire ad essere in vetta poco dopo l’alba e non essere sorpresi dal caldo soffocante. Silenziosi, in fila indiana ci godiamo il paesaggio, accennato alla luce fioca di una luna crescente, i piedi scricchiolano sulla lava a corde dalla superficie vetrosa, solo le nostre guide, con i loro sandaletti di plastica, sembrano quasi galleggiare e non risentire di alcuna asperità del terreno.

Arriviamo in cima alle 7 circa e ci rifugiamo nelle onnipresenti capanne di pietre laviche. A quest’ora il caldo è già soffocante ma non riesco a trattenere l’eccitazione, scolo una bottiglia d’acqua e mi incammino verso il cratere. Le capanne di pietra si trovano sul bordo di un’enorme caldera, colma delle recenti colate laviche che risaltano con di un nero intenso sulle circostanti rocce color crema. Si scende un ripido sentiero e si cammina direttamente nel campo lavico. Il percorso è pianeggiante ma non si può procedere direttamente verso il cratere che sembra vicino, ben riconoscibile dal vapore acqueo che si innalza da esso, perché quello che sembra un substrato solido nasconde in realtà una miriade di possibili tunnel, creati dalla lava stessa nel suo fluire verso valle.

Erta Ale

Arrivati sul bordo del cratere lo spettacolo è indescrivibile! All’interno del cratere largo circa 80 m ribolle un lago di lava, sussulta, geme, borbotta a causa dei gas che si liberano dal magma. Sulla superficie la crosta di lava nera solidificata si rompe rivelandone la parte incandescente e talvolta piccole fontane che durano pochi secondi si innalzano dalle fratture. L’odore di zolfo è fortissimo e dobbiamo restare attentamente sopravvento per non essere soffocati. Sopravvento invece, un letto di finissimi filamenti di vetro, i “capelli di Pelee”, nome che deriva dalla Dea hawaiana del vulcano, ricoprono le rocce laviche tanto da sembrare un campo d’erba. I “capelli di Pelee” si formano quando il vento allunga e trasporta la lava prodotta dalle fontane di lava e sono tipici di vulcani basaltici dal magma molto caldo e poco viscoso. La crosta si spacca là dove il magma caldo sale per convezione e si immerge nuovamente vicino ai bordi del cratere, come un modello in scala della tettonica delle placche.

Erta Ale

Si è fatto tardi, il caldo è insopportabile. Torno alla mia capanna di pietre per ripararmi dal sole. Dopo il tramonto, mi incammino nuovamente verso il cratere, questa volta armato del cavalletto. Una lunga fila di luci frontali si dirige verso il bagliore rosso del cratere, mentre qualche stella inizia a brillare nel cielo. Raggiungo il cratere e scatto una delle foto più emozionanti che si possano realizzare, non c’è tecnica, attrezzatura o consiglio miracoloso, bisognava solo essere lì in quel posto, soffrire il caldo, gli infiniti disagi di uno dei luoghi più inospitali del pianeta.

Una notte in Toscana a caccia di stelle

Questo post vuole essere il breve racconto di una notte stupenda, vissuta con persone conosciute da pochissimo ma con il quale ho potuto condividere la vera passione per la fotografia. Il viaggio è iniziato da Bologna il nostro obiettivo era la “Buca delle Fate” nei pressi di Livorno. Arriviamo sul posto dopo quasi 3 ore di strada, ci carichiamo i pesanti treppiedi sulle spalle e ci incamminiamo. Il sentiero percorre il fianco di un promontorio a picco sul mare, si alterna in un saliscendi immergendosi in un bosco che profuma di funghi, accarezzato dalla brezza che sa di salsedine. La tentazione di fermarci per fare qualche scatto è forte, tuttavia il nostro “capo spedizione” Matteo Mazzetti, conoscitore del posto, ci sprona a proseguire per non perdere la luce del tramonto. Dopo 40 minuti arriviamo sul posto. Il sole è ancora alto ma comprendiamo subito le potenzialità della “location”. La “Buca delle Fate” è una piccola caletta circondata da rocce calcaree bianche e dorate, scolpite dall’erosione. Il mare è calmo ma le onde si insinuano tra gli scogli come in una danza sinuosa. Guardando l’orizzonte ci sembra di toccare l’Isola D’Elba su cui svetta il Monte Capanne. La luce è quella giusta e bisogna iniziare a fotografare! Ognuno monta la propria attrezzatura, io cerco qualche lunga esposizione, aiutata dai filtri ND digradanti Lee che gentilmente mi presta Matteo.

Lezione numero 1: l’inqudratura migliore non è quasi mai quella più comoda.

I filtri ed il cavalletto consentono di ridurre i tempi di posa a 1/4 si secondo, sufficiente a rendere l’effetto vellutato del movimento dell’acqua tra gli scogli. Imparo presto che i filtri sono fondamentali per esporre correttamente in queste condizioni particolari di luce.

Rocce bagnate in controluce.

Il sole cala rapidamente, presto il crepuscolo lascia spazio all’ora blu. Siamo assaliti dalle zanzare e…dalla fame! Ci incamminiamo a ritroso lungo il sentiero illuminato con le torce frontali fino al ristorante. Ceniamo e passiamo qualche tempo a osservare i primi risultati al computer e a discutere su quali fossero le migliori inquadrature e le scelte da fare nello sviluppo del file raw. Ma non abbiamo finito…alle 23 saliamo nuovamente in macchina, direzione San Quirico D’Orcia. Il cielo limpido ci fa sperare di poter fotografare la Via Lattea nei pressi della Cappella della Madonna di Vitaleta. Arrivati sul posto, lo stupore è tanto quando ci accorgiamo che la notte è limpidissima e illuminata da una miriade di stelle. Ci incamminiamo lungo la stradina fermandoci spesso per cercare qualche bella inquadratura. Imparo dai miei compagni di avventura che fotografare la Via Lattea non è di per se difficile. Ovviamente serve un cavalletto robusto, un’ottica luminosa (nel mio caso un Nikkor 20, f2.8), un tempo di posa di 20-25 secondi a 2500 iso. Ciò che è importante è usare l’autoscatto o un telecomando e cercare di inserire nell’inquadratura sempre un soggetto in primo piano.

La Cappella di Madonna di Vitaleta

E’ impressionante quanta luce ci sia di notte! Spesso è una luce diffusa o proveniente dall’onnipresente inquinamento antropico. Tuttavia questo diventa interessante, così come lo sono le nuvole che disegnano nel cielo bizzarre geometrie rosa. E’ divertente provare di illuminare i soggetti in primo piano per non più di un secondo con una torcia come ho cercato di fare in questo scatto con il pozzo.

Il pozzo della Cappella della Madonna di Vitaleta

Prima di coricarci nei sacchi a pelo e nelle tende per un paio d’ore di riposo non mi resta che pensare di quanto sia importante poter condividere le proprie passioni con altre persone. Oltre ad essere divertente mi permette di avere nuovi stimoli e confrontarmi su stile, tecniche e attrezzature. All’alba i primi raggi di sole illuminano le dolci colline della Val D’Orcia e ci regalano uno scorcio della cittadina di Pienza. Torniamo alla macchina e partiamo alla ricerca di un buon cappuccino e brioche, certi di dover tornare in questo splendido angolo di Toscana a fare altre fotografie tra amici.

Alba sulla cittadina di Pienza

Sorrisi – Marocco e Groenlandia

Si decide di intraprendere un viaggio per i motivi più disparati. Si viaggia per scappare da qualcosa o qualcuno, oppure per rincorrere il sogno di una spiaggia dorata o di una vista mozzafiato. Si viaggia per la ricerca di avventura, nelle profondità del mare o su una cima dalla storia prestigiosa. Si può viaggiare per ripercorrere i passi di esploratori, scrittori, poeti o quelli di popoli antichi. Qualsiasi sia il motivo per cui si decide di intraprendere un viaggio lo si deve fare sempre e solo con la voglia di imparare qualcosa, di “vedere con occhi nuovi” come scriveva il grande Marcel Proust. A volte basta il luogo ad aprirci la mente ad una nuova consapevolezza. Ci sono luoghi nel pianeta che hanno questa incredibile capacità, quasi mistica, di ampliare la nostra percezione di ciò che siamo e del ruolo che abbiamo su questo pezzo di roccia che gira intorno al Sole. Tuttavia penso sia l’incontro con le altre persone, la condivisione delle conoscenze e delle storie il miglior modo per ampliare i propri orizzonti culturali.  In questi due scatti ho riassunto due sorrisi. Sorrisi diversi di persone lontane sia geograficamente che culturalmente e anagraficamente. Il primo è l’amichevole sorriso di Abdellah, la mia guida berbera nel deserto marocchino. Dalla simpatia contagiosa, sempre felice di ascoltare le mie storie sull’Islanda e sulle montagne italiane era felicissimo di insegnarmi tutto della cultura berbera. Sulla mia moleskine scrisse, come in una moderna “Stele di Rosetta”, frasi di uso comune in inglese, arabo e berbero per poi interrogarmi tutte le mattine a colazione! Il secondo sorriso è quello di un gruppo di bambini inuit a Tititetilacq, un piccolo villaggio di cacciatori-pescatori nella Groenlandia Orientale. Camminavo per il paese quando fui attratto da una musica proveniente da un piccolo edificio in legno. Entrato, scoprii che si trattava di una scuola costruita con le sovvenzioni del governo danese. Nella struttura non c’erano lezioni ma bambini e ragazzi la utilizzavano come ritrovo per giocare, incontrarsi e suonare moderni brani rock con strumenti elettrici. Questi bambini s nascondevano dalla mia macchina fotografica, per poi correre per vedere il risultato degli scatti sul display. In entrambi i casi ho imparato che la cosa più importante durante un viaggio è trovare delle persone con cui condividere un sorriso.