Ritratto

Ritratto di una ragazzina Afar, all’interno della tipica capanna a cupola, fatta di un’intelaiatura di rami che sorreggono delle stuoie. Se all’esterno il caldo è soffocante e la luce abbagliante, dentro la capanna si sta bene. Ho cercato di convincere il soggetto a farsi fotografare all’interno, all’ombra i colori e i dettagli sono emersi, lasciando comunque trasparire il colore del deserto proveniente dall’esterno.

_DSC8962picc

Nikkor 50 1.4. ISO 800, f4.5 1/50

Annunci

Ritorno in Dancalia /2

Ho la fortuna di passare una notte nel deserto, vicino all’oasi di Waideddu. Sono accampato con la tenda qui nel luogo che letteralmente significa “il posto delle palme”, all’interno del territorio afar. Le jeeps e le tende sono collocate vicinissimo a quelle di una famiglia composta da un capofamiglia e dalla moglie, le tre figlie, di cui la più grande è sposata ed ha due bambini, e dal marito di quest’ultima.

E’ difficile dare un’età alle persone che incontro, si invecchia velocemente nel deserto. Il sole e il vento secco aggrediscono gli occhi e la pelle. Sulle mani portano i segni del lavoro manuale, i lunghi spostamenti per cercare acqua per capre e dromedari si leggono dall’incedere claudicante dei più anziani. Qui manca quasi completamente anche il più basilare presidio sanitario.

Il capofamiglia

Posso entrare in un “ari” la tipica tenda afar. E’ composta di rami intrecciati a formare una struttura portante che viene poi ricoperta di stuoie. E’ una soluzione intelligente, pensata per essere rapidamente smontata, caricata sul dorso dei dromedari e rimontata altrove. L’interno dell’ari è accogliente, gli spazi sono ricavati con stoffe e parte del terreno è ricoperta di tappeti. Dentro la capanna si sta piacevolmente freschi.

Qui incontro la più grande delle tre figlie, siede a gambe incrociate con il suo bimbo più piccolo. Porta sul viso i segni delle scarificazioni e ha i denti limati come vuole la tradizione di questi popoli nomadi. Il fucile, copia cinese di un Ak-47, è sempre in vista nella casa. Solo gli uomini portano le armi, una volta i temibili guerrieri afar difendevano il territorio di pascolo con lance e coltelli, ora rimpiazzate dai fucili automatici.

Fuori dalla capanna c’è un pozzo. Qui si attinge l’acqua con un secchio giallo legato a una corda e si riempie una vasca di argilla dalla quale i dromedari possono bere.

Posso solo per qualche tempo fotografare, invogliato dal clima amichevole e dalla reciproca curiosità. Quando il sole cala lascio gli abitanti dell’ari alla loro intimità familiare.

La più grande delle tre sorelle con il suo bambino più piccolo.
La più grande delle tre sorelle con il suo bambino più piccolo.

Madre afar

 

Il pozzo

 

 

_DSC8994

Ritorno in Dancalia /1

Ritorno in Dancalia /1

Tornare in un luogo riserva sempre qualcosa d’inaspettato.
Ci sono luoghi che ti si aprono immediatamente e che, una volta lasciati, sembra non abbiano più nulla da offrire se non quello che è stato. Per altri invece, il tempo non basta mai a carpirne pienamente l’essenza, richiedono un ulteriore impegno ed è come ci chiamassero a tornare.
La Dancalia è uno di questi luoghi! Due anni fa ero stato in Etiopia e per la prima volta sono sceso nel suo cuore caldo, pulsante, ribollente di magma; là dove il continente africano si spacca, il mare invade le nuove terre nate dai vulcani della Rift Valley. Qui vivono le genti Afar, qualcuno è ancora nomade, percorre le piste nel deserto, inseguendo l’acqua e caricando sul dorso dei dromedari tutto ciò che possiede. Altri si sono fermati nella città, Samara, Logia, Asayta, si sono inventati un mestiere, dove l’acqua abbondante del fiume Awash incontra il flusso di persone e merci lungo la strada per Gibuti.
Un solo post non può raccontare tutte le emozioni provate durante questo secondo viaggio in Dancalia, proverò di farlo con le immagini più che con le parole, in una serie di articoli dedicati a questa terra ed alle persone che la abitano.

Il viaggio verso la Dancalia non può non iniziare che ad Addis Abeba. La metropoli di oltre 5 milioni di abitanti merita ben più di un semplice post, ma voglio iniziare con questo scatto emblematico del cambiamento che sta travolgendo la città. Le compagnie cinesi hanno invaso questa parte d’Africa, vedono nel tessuto sociale stabile etiope una possibilità di investimento. Questa foto ritrae gli operai, alcuni giovanissimi, che lavorano alla messa in posto dei cavi della nuova metropolitana.

Operai lavorano alla costruzione della nuova metropolitana, progettata e realizzata da una compagnia cinese.
Operai lavorano alla costruzione della nuova metropolitana, progettata e realizzata da una compagnia cinese.

 

Lungo la strada verso Samara, la capitale del territorio Afar, un uomo chiede di avere un paio di occhiali da sole. I problemi alla vista sono frequenti per gli uomini che lavorano fin da giovani sotto la luce abbagliante del deserto senza proteggere gli occhi, il tutto è aggravato dalla polvere che è ovunque.

Gli occhiali da sole sono tra gli oggetti più ambiti soprattutto per le persone anziane che hanno quasi perso la vista lavorando nella luce abbagliante.
Gli occhiali da sole sono tra gli oggetti più ambiti soprattutto per le persone anziane che hanno quasi perso la vista lavorando nella luce abbagliante.
Il Kat
Il qat

Un uomo ha appena acquistate dei rami di qat (Catha edulis),  le foglie amarissime di questa pianta contengono un alcaloide dall’azione stimolante che se masticate in gran quantità è per molto tempo causa stati di eccitazione e di euforia.

Ad Asayta, centro brulicante di vita lungo le rive del fiume Awash, si tiene il martedì un importante mercato di merci e bestiame che raduna tutte le genti della zona. Il centro della cittadina ha case coloratissime mentre in perlifera sta sorgendo un enorme quartiere di condomini a 6 piani costruito dai cinesi.

I colori di Asayta
I colori di Asayta

 

Tramonto ad Asayta
Tramonto ad Asayta