Erta Ale – Dancalia, Etiopia

Vengo svegliato da un vociare sommesso, rumore di stoviglie e di anfibi che calpestano il suolo sassoso. Apro gli occhi, è ancora buio, mi metto seduto sulla stuoia che mi fa da giaciglio all’interno della piccola capanna di pietre laviche. Una precauzione necessaria non per il freddo, la pioggia o il vento qui, nel cuore della depressione dancala ci sono 30 gradi a mezzanotte, piove meno di 10 mm di pioggia l’anno e non spira un soffio d’aria. La capanna serve per ripararsi dal sole micidiale che rende quasi impossibile ogni attività nelle ore più calde del giorno.

Raggiungo i miei compagni di viaggio alla tavola che la nostra guida Afar ha apparecchiato per la colazione. Mi sforzo di mangiare anche se alle 3 del mattino non sono molto affamato, ma mi serviranno delle energie per la camminata che ci spetta, oggi saliamo al cratere del vulcano Erta Ale. Intorno a noi un plotone dell’esercito etiope si gode un caffè intonando una canzone. I loro volti nascondono l’età, non hanno più di 20 anni ma sono bruciati dal sole e il viso è solcato da rughe profonde. Ci scorteranno durante la salita con i loro Ak-47 di fabbricazione cinese, una precauzione che si è resa necessaria dopo che 4 turisti tedeschi sono stati uccisi l’anno precedente da un’incursione di predoni eritrei. In questa parte del mondo, gruppi nomadi di pastori Afar eritrei ed etiopi si contendono i pozzi in cui far abbeverare le capre e i dromedari e non scorre buon sangue tra Eritrea e Etipia. Questo insieme di fattori fa sì che questa sia una zona molto calda, tanto che persino l’ONU ha deciso di rinunciare a stabilire un preciso confine in questo deserto inospitale di sabbia, sassi e lava.

Capelli di Pelee

I tre dromedari son pronti, caricati con cibo, acqua e le stuoie su cui dormire. Iniziamo a camminare con le torce frontali, dobbiamo tenere un passo costante per riuscire ad essere in vetta poco dopo l’alba e non essere sorpresi dal caldo soffocante. Silenziosi, in fila indiana ci godiamo il paesaggio, accennato alla luce fioca di una luna crescente, i piedi scricchiolano sulla lava a corde dalla superficie vetrosa, solo le nostre guide, con i loro sandaletti di plastica, sembrano quasi galleggiare e non risentire di alcuna asperità del terreno.

Arriviamo in cima alle 7 circa e ci rifugiamo nelle onnipresenti capanne di pietre laviche. A quest’ora il caldo è già soffocante ma non riesco a trattenere l’eccitazione, scolo una bottiglia d’acqua e mi incammino verso il cratere. Le capanne di pietra si trovano sul bordo di un’enorme caldera, colma delle recenti colate laviche che risaltano con di un nero intenso sulle circostanti rocce color crema. Si scende un ripido sentiero e si cammina direttamente nel campo lavico. Il percorso è pianeggiante ma non si può procedere direttamente verso il cratere che sembra vicino, ben riconoscibile dal vapore acqueo che si innalza da esso, perché quello che sembra un substrato solido nasconde in realtà una miriade di possibili tunnel, creati dalla lava stessa nel suo fluire verso valle.

Erta Ale

Arrivati sul bordo del cratere lo spettacolo è indescrivibile! All’interno del cratere largo circa 80 m ribolle un lago di lava, sussulta, geme, borbotta a causa dei gas che si liberano dal magma. Sulla superficie la crosta di lava nera solidificata si rompe rivelandone la parte incandescente e talvolta piccole fontane che durano pochi secondi si innalzano dalle fratture. L’odore di zolfo è fortissimo e dobbiamo restare attentamente sopravvento per non essere soffocati. Sopravvento invece, un letto di finissimi filamenti di vetro, i “capelli di Pelee”, nome che deriva dalla Dea hawaiana del vulcano, ricoprono le rocce laviche tanto da sembrare un campo d’erba. I “capelli di Pelee” si formano quando il vento allunga e trasporta la lava prodotta dalle fontane di lava e sono tipici di vulcani basaltici dal magma molto caldo e poco viscoso. La crosta si spacca là dove il magma caldo sale per convezione e si immerge nuovamente vicino ai bordi del cratere, come un modello in scala della tettonica delle placche.

Erta Ale

Si è fatto tardi, il caldo è insopportabile. Torno alla mia capanna di pietre per ripararmi dal sole. Dopo il tramonto, mi incammino nuovamente verso il cratere, questa volta armato del cavalletto. Una lunga fila di luci frontali si dirige verso il bagliore rosso del cratere, mentre qualche stella inizia a brillare nel cielo. Raggiungo il cratere e scatto una delle foto più emozionanti che si possano realizzare, non c’è tecnica, attrezzatura o consiglio miracoloso, bisognava solo essere lì in quel posto, soffrire il caldo, gli infiniti disagi di uno dei luoghi più inospitali del pianeta.

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