La strada per Awash

Si potrebbe dire che in Etiopia esistano due mondi: l’altopiano e la depressione (rift). Qui, all’intersezione tra Eritrea, Djibouti e Somalia (Triangolo dell’Afar) si consuma il dramma di un continente che si spezza. Fossimo a Hollywood, questo cataclisma avverrebbe nell’arco di pochi giorni, in realtà si consuma da 15 milioni di anni e, per immaginarne la conclusione, dobbiamo spostarci poco più a nord, nel Mar Rosso. Questo è un giovane oceano che alla fine invaderà le terre della depressione etiope, separando fisicamente il Corno D’Africa dal continente.

La lavorazione del teff

Lascio Addis-Abeba e l’altopiano (2300 m s.l.m) con l’immagine di decine di alti palazzi che crescono come funghi tra strade quattro corsie congestionate dal traffico. Automobili, ormai ridotte a rottami sfrecciano accompagnate dal suono dei clacson. Ai lati della strada una moltitudine di donne si sofferma a osservare la merce di venditori la cui vita dipende da quattro prodotti della terra, qualche frutto o cianfrusaglia metallica, messi in mostra su una stuoia impolverata. Ci immettiamo nella principale arteria stradale d’Etiopia, quella che collega la capitale con il porto di Djibouti. Da qualche parte tra Mojo e Adama ci fermiamo per osservare il lavoro di alcuni uomini che guidano i buoi su un’aia per liberare i semi della pianta del “teff”. Questo cereale, simile al miglio, ha chicchi piccolissimi. La farina con esso prodotta è impastata senza alcun lievito poiché nella buccia è presente del lievito naturale e utilizzata per fare l’injera. L’injera è il pane tipico etiope, una specie di piadina grigiastra e spugnosa, dal sapore leggermente acidulo. Con l’injera si può fare tutto, è una pietanza, un piatto e una stoviglia! Il cibo, solitamente degli spezzatini di pollo, manzo o montone con verdure e spezie piccanti, è posto al centro e consumato strappando dei pezzi d’injera e facendo dei fagottini, ovviamente con le mani. Prima di ripartire riesco a scattare qualche foto ai ragazzi che tornano dalla scuola. Sono tantissimi, di età differenti ma tutti vestiti di rosso. Uno di loro si ferma, si presenta, mi chiede se ho una penna da regalargli. Gli regalo una vecchia Bic, sembra al settimo cielo. Gli chiedo quanto dista casa dalla scuola, lui mi risponde che sono solo 6 km a piedi.

Rientro da scuola

Riprendiamo il nostro viaggio tra una miriade di camion sovraccarichi di merci, la loro corsa fatta di azzardati sorpassi spesso finisce tragicamente, come testimoniano le decine di rottami ai lati della carreggiata. La discesa dall’altopiano segue il corso del fiume Awash, il corso d’acqua più importante del paese che s’incanala lungo il ramo principale del Rift Etiope, quì  una miriade di faglie guidano l’acqua nel suo percorso. Nonostante ce la metta tutta il fiume Awash per raggiungere il Mar Rosso, la sua corsa si disperde nel deserto della depressione dancala.

La ferrovia Djibouti-Addis

Vicino alla cittadina di Metehara ai piedi del vulcano Fantale incrociamo i resti della ferrovia Djibouti-Addis Abeba, scheletro del periodo coloniale prima francese e poi italiano. Ora la ferrovia è in disuso e i binari abbandonati, distorti come serpenti, attraversavano il lago di Basaka mezzi sommersi e utili solo per appoggiare gli abiti da lavare.

La giornata volge al termine il sole ormai si butta in picchiata a velocità equatoriale dietro ai monti dell’altopiano. Arriviamo alla Cascate di Awash all’interno dell’omonimo parco nazionale. L’area protetta è un ambiente di savana con gazzelle, caribù, babbuini e attraversato dal fiume brulicante di coccodrilli. La sera mi concedo un po’ di svago fotografando le cascate alla luce della luna, mi rilasso, mi godo l’acqua, le piante e i suoni degli animali. Presto tutto questo non ci sarà, presto entreremo in Dancalia.

Le cascate di Awash alla luce della luna

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