The Afar girl – Amhed Ela, Danakil Depression, Ethiopia

La ragazza Afar. Ahmed-Ela, Dancalia
La ragazza Afar. Ahmed-Ela, Dancalia

The Afar Girl

Milan, 7 AM. The sky is getting brighter of the light of the rising sun; distant mountains reveal their snowy peaks, white as the dress of a shy bride.

Commuters fill up the train, the daily ritual travel from house to office is maintained. Silence silhouettes stagger looking for a sit; glance down or throwing quickly suspicious gazes toward the boy with earphones sated in front. I can stop thinking her. I can stop thinking to her look behind a red and white veil, it lasted 1/50 of a second…Her smile was so enigmatic, nobler than those of the richest princess, more mysterious than Mona Lisa’ smile.

Frankly speaking, this shot is far from perfection, several technicalities could have been raised: the mouth is poorly on focus, composition lacks and background isn’t homogeneous. However, I choose this shot to start a series of posts about a recent trip to Ethiopia and Danakil because it symbolizes well the soul of this experience; it is not easy to appreciate Danakil at first look. The dust-rich air suffocates you and the rising hot from the ground prevents any chance to distant overview. This land forces to walk for long distances, to sweat on hard trail were only small bushes survive, envying the solemn pace of dromedaries. Here, suddenly, blue lakes, volcanoes filled with boiling lava and amazing colors of all kind of rocks unveil.

Proud people live in this hostile land, sweeping the desert with their caravans made of dromedaries, goats and tens of wives and children; they are called Afar. They follow stars in millenary unsigned trails from a well to another, looking for water which keep them and their goats alive. Oldest and wise men drive the caravans; the youngest protect it with outworn AK-47 rifles. Women are beautiful, graceful as queens, they always run, hiding faces behind veils, inside the full leather tends. The Shari’ a, the Islamic law, forbids to young ladies in marriageable age to show their face to men, least off all to be photographed by some white tourist looking for a souvenir shot. That was not I was looking for, neither I wouldn’t pay, as some tourists do, for a shot. I was looking for an authentic photo, deriving from a friendly encounter.

I saw this Afar girl in Ahmed-Ela, a little village few kilometers far from the Eritrean border. Here, since centuries, men dry herself under the unbearable sun of Danakil, extracting salt from the Salt’s Plain. They gain some Birr loosing the sight before reaching the 30’s. I was watching caravans, entering in town when I noticed this girl leaned on her tend, intrigued by my western dress. She was so beautiful; she was covering her face with a red veil, looking around for her jealous little brother. “Salam Alekum” I said, “Alekum Salam” she replied. That was more I expected, I showed her my camera, she looked around, then pulled of the red veil…..click…..then rushed inside the tend. Her mother was calling, dinner must be cooked, sisters need bath….we were two words apart, divided by 1/50 of a second.

La ragazza Afar

Milano, 7 del mattino. Il cielo lentamente s’illumina della luce del sole nascente, le cime bergamasche mostrano i loro veli imbiancati come timide spose. Il treno velocemente si riempie delle persone che quotidianamente ripetono il rito del viaggio pendolare dalle loro case al posto di lavoro. Silenziose figure barcollano in cerca di un posto in cui sedere per poi rimanere con occhi bassi o alzarli vagamente per lanciare uno sguardo sospettoso al ragazzo con le cuffie di fronte. Io invece penso ancora a lei. Penso a quello sguardo durato 1/50 di secondo, appena accennato dietro il velo rosso e bianco. Penso a quell’enigmatico sorriso, più nobile di qualunque ricca principessa e più misterioso di qualunque Monna Lisa. A essere sinceri, potrei trovare diversi difetti tecnici in questo scatto: la composizione non strepitosa, il fuoco un po’ debole intorno alla bocca, lo sfondo non omogeneo e altro ancora. Tuttavia non è un caso se ho deciso di iniziare una serie di post dedicati al mio recente viaggio in Etiopia e Dancalia proprio con questa fotografia. Tra tante, meglio di altre rappresenta l’essenza di questa esperienza. La Dancalia non è una terra che si ammira al primo sguardo. L’aria soffocante ricca di polvere e il calore che sale dal terreno arso dal sole impediscono allo sguardo di correre verso i coni vulcanici che appena si intravedono in lontananza. Questa terra ci costringe a faticare per camminare, percorrere i sentieri e le piste accidentate dove sopravvivono solo secchi arbusti, invidiando l’incedere elegante dei dromedari. Ma poi, ecco che si svelano laghi azzurri, vulcani con laghi pulsanti di lava, distese luccicanti di rocce gialle, rosse e verdi. In questa terra vive un popolo che è come lei, schivo, fiero e guerriero. Sono gli afar che percorrono da millenni questo deserto infernale seguendo le stelle per spostarsi da un pozzo all’altro e abbeverare le poche capre che ne garantiscono la sopravvivenza. Per tutto il viaggio avevo cercato di ritrarre queste genti. Gli anziani che con la loro saggezza dirigono le carovane, i giovani guerrieri con i lunghi coltelli e gli immancabili mitragliatori AK-47 Kalashnikov. E le donne, bellissime, eleganti come regine, camminano come sulle nuvole e si nascondono veloci dietro i veli e nelle tende di pelli, attorniate da una miriade di bambini sorridenti. La legge dell’Islam e il costume vietano alle ragazze in età di marito di mostrarsi con facilità e tantomeno di farsi fotografare da qualche bianco in caccia del souvenir della vacanza. Non era questo che cercavo, né tantomeno avrei mai ceduto alla diffusa usanza di pagare per ottenere lo scatto desiderato. No, volevo una foto sincera che scaturisse da un incontro amichevole. Ho visto questa ragazza ad Ahmed-Ela, un villaggio di capanne a pochi chilometri dal confine eritreo. Qui da secoli gli uomini si seccano al sole della Dancalia per estrarre il sale dalla Piana del Sale e guadagnare pochi Birr in cambio degli occhi che si spengono a poco più di trent’anni. Guardavo le carovane che rientravano in città quando ho notato questa ragazza appoggiata a un angolo della baracca in cui viveva con la sua famiglia. Era bellissima, incuriosita dalla nostra presenza e attenta a non farsi fotografare. Mi sono avvicinato “Salam Alekum” le dissi e lei “Alekum Salam”. Non ci speravo, le ho indicato la macchina fotografica e lei, dopo aver controllato che il padre non la vedesse, si è tolta il velo e…click…poi è fuggita, le sorelline alla gonna, la cena da preparare, una vita e due mondi uniti in 1/50 di secondo.

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6 pensieri riguardo “The Afar girl – Amhed Ela, Danakil Depression, Ethiopia

  1. Complimenti Paolo o ti devo chiamare Pier ?
    Puoi ritrovare Fatuma, così si chiama questa spendita ragazza, nei post di Semplici,(vai al 13 dic)

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