Nubi all’orizzonte e primi freddi

I giorni trascorrono senza sosta, usciamo in elicottero altre quattro volte, impegnati in zone sempre più distanti dalla base. Ci svegliamo, facciamo colazione in mensa dove il cuoco Pippo, di origini napoletane, ci accoglie sempre con una colonna sonora allegra e adatta al risveglio; oggi sono gli Abba ad accompagnarci. Pippo è fantastico, prepara con il collega Emanuele il pane fresco e la pizza tutte le mattine oltre ovviamente a torte e cornetti alla crema. Il programma del giorno prevede un volo verso il vulcano Overlord e la zona di Aviator Nunatak. I siti distano 130 km circa dalla base ed il nostro pilota sarà Bob. Voliamo per circa un ora in direzione nord-ovest, il viaggio è lungo così decido di fare un po’ di conversazione con il nostro pilota. Bob è neozelandese del nord e vola da 15 anni in Antartide, ha lavorato alla base di McMurdo con gli americani, a Scott dai neozeladesi e Domont Durville con i francesi. Ma il posto che ama di più è la base italiana di Baia Terranova. Ci avviciniamo all’Overlord, un vulcano di oltre 3000 metri ormai spento. Vogliamo raccogliere dei campioni di roccia da un cono nero che affiora dalla neve, lo indichiamo a Bob ma lui ci dice che è troppo in alto, l’aria è rarefatta e l’elicottero arranca. Riesce comunque a salire e scaricarci sul punto, ma ci dice che ci attenderà più in basso, lo chiameremo sul canale 1 quando saremo pronti a ripartire. Scaricati gli zaini e la borsa di sopravvivenza ci accucciamo coprendoci il volto mentre il velivolo decolla sollevando una nuvola di neve ghiacciata dall’aspetto polveroso. Poi cala il silenzio, siamo soli e ci accorgiamo in pochi istanti che qui fa un gran freddo! Il termometro dice -25°C e la leggera brezza che ci colpisce al volto non migliora le cose. Camminiamo sul sito per una mezz’oretta, raccogliendo campioni. Tornato a prenderci indichiamo a Bob la prossima meta: una cresta nera che si staglia ripida sul fianco settentrionale dell’Aviator Nunatak. Questi è di una bellezza commovente, sembra una barca di roccia antichissima che naviga al centro dell’immenso ghiacciaio Aviator. Vorremmo atterrare in un punto ma mi sembra stretto, lo dico a Bob ma lui, con un sorriso sardonico e l’immancabile accento kiwi mi risponde: ”tell me where you want to go and I’ll land there”. Avvicina la cresta di roccia controvento e con delicatezza appoggia i pattini in una zona non più ampia di 3-4 metri quadri. Se guardo dai finestrini posti sotto i miei piedi vedo il baratro…Come fatto precedentemente scendiamo e l’elicottero se ne va per aspettarci in una zona meno “precaria”.
Terminato di raccogliere le rocce pranziamo con Bob consumando il sacchetto che ci ha preparato il cuoco Pippo. L’acqua ed il succo di frutta si sono congelati, ma i panini sono commestibili! Chiacchiero ancora con Bob, mi dice che ha imparato a volare a 18 anni, nell’aviazione neozelandese e che è preoccupato perchè dove vive è in corso una brutta alluvione e lo Stato ha dichiarato la calamità naturale. Poi ci chiede cosa stiamo cercando. Gli spieghiamo che cerchiamo delle rocce laviche che contengono dei minerali verdi chiamati “olivine”. Lui mi risponde: “Ok, I know a place!”. Non ci credo, la giornata era stata proficua ma non avevamo trovato ciò che cercavamo. Bob ci porta dove di solito si rifornisce da alcuni barili di carburante semi sepolti nella neve sul bordo della parete degli Eldridge Bluff. Ed eccole lì le nostre rocce! Ripenso agli insegnamenti del Prof. Neri il prima anno di Università. Con il suo accento bolognese ci diceva che se ci trovavamo in un posto poco conosciuto dovevamo parlare prima di tutto con le persone del luogo, contadini, allevatori ecc…Anche se non sono scienziati conoscono il territorio, lo osservano attentamente e ne percepiscono i cambiamenti. Bob non è uno scienziato e nemmeno un agricoltore, ma vola in Antartide da 15 anni e conosce come le sue tasche questo pezzo di mondo!
Ripartiamo per rientrare alla base, ormai galvanizzato dall’aver trovato persone che parlano con lui e lo coinvolgono, anche Bob vuole trasmetterci un po’ delle sue conoscenze e inizia a spiegarci tutti i comandi dell’elicottero. Rimango meravigliato dalla sua lezione, l’elicottero è davvero una macchina meravigliosa e nelle sue mani, pilotarlo sembra uno gioco. Ascolto Bob lusingato che con tanta gentilezza ci illustri l’effetto che fa la spinta sui pedali, il movimento della cloche o l’agire sulla leva del collettore.
Ma appena ci alziamo in volo Bob si fa serio. Le nubi si stanno chiudendo intorno a noi, arrivano veloci da ovest e ormai toccano le cime delle montagne. Se non fosse per una leggera striscia di cielo azzurro saremmo nel “white out”, la totale assenza di punti di riferimento e della percezione dell’orizzonte. Bob chiama Giles sull’altro elicottero, questi lo tranquillizza rassicurandolo che le nubi sono basse e che a Baia Terranova è sereno come sempre, per questo gli americani la chiamano “Banana Bay”. Così ci alziamo sopra le nubi e puntiamo verso il Mt. Melbourne. Usciti dalle nubi Bob si rilassa e ci fa volare per circa 20 minuti a bassissima quota sul ghiacciaio Campbell e dove questi si getta in mare. E’ un’esperienza esaltante, sotto di noi crepacci enormi e sculture di ghiaccio azzurro, percepisco l’amore che il nostro pilota prova per il volo…e finisco la scheda della mia macchina fotografica.
Atterriamo a Baia Terranova, siamo esausti ma felici che la giornata sia andata per il verso giusto, mi carico il pesante zaino pieno di rocce sulle spalle e mi giro per entrare in base, faccio appena in tempo a vedere Giles che indica una roccia nera in mano a Bob e gli chiede: “Cos’è quella?” e lui “ Come, non lo sai? E’ olivina!”.

Articolo gentilmente concesso dalla testata giornalistica MP News che pubblicherà, nel corso di tutta la Missione, un Reportage sull’Antartide a firma di Pier Paolo Giacomoni.

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