Al lavoro: i primi voli sulla Terra Vittoria Settentrionale

Tutto sommato bastano poche ore per sentirsi completamente a casa alla Base Mario Zucchelli. La struttura principale ha una forma a T ed in ogni ramo è collocata una sezione: zona notte, zona giorno (mensa, bar, lavanderia, aree ricreative…) e la zona laboratori. All’incrocio dei rami si trova la sala operativa, che è rialzata come la torre di controllo degli aeroporti. Da qui sono coordinate tutte le operazioni, dal volo degli elicotteri al movimento degli uomini su imbarcazioni e sul pack. Ci viene data una radio a testa, ogni spostamento al di fuori del perimetro della base deve essere comunicato alla sala operativa che deve avere costantemente coscienza della posizione e dei possibili rischi a cui ogni componente della spedizione può andare in contro. I ricercatori si sistemano nei laboratori, noi geologi abbiamo una grande stanza al secondo piano con tutto ciò che ci serve, carte, bussole, foto aeree e satellitari oltre a tutto l’occorrente per raccogliere campioni di roccia. Nel tardo pomeriggio viene indetta una riunione scientifica per definire gli obiettivi dei singoli gruppi di ricerca e organizzare il lavoro già dal giorno successivo.
Passiamo la giornata in base, imparando a conoscere la struttura e le persone che vi lavorano. Mi presentano gli elicotteristi Bob e Giles. Sono neozelandesi come la compagnia per cui lavorano la Helicopter New Zealand e ci aiuteranno a svolgere il nostro lavoro, portandoci dove affiorano le rocce che cerchiamo. Bob è un veterano, alla sua quindicesima spedizione in Antartide mentre Giles è alla sua prima esperienza a queste latitudini. Sono diversi per carattere ed aspetto fisico, il primo è sulla cinquantina, alto e longilineo con curati baffetti bianchi, indossa sempre un cappello da baseball della base americana di McMurdo, una camicia a grandi scacchi rossi e gli immancabili rayban a goccia che fanno molto top gun. Giles invece è molto più giovane, avrà una trentina di anni, biondiccio, rasato e vestito con abiti tecnici e occhiali da ghiacciaio avvolgenti e affusolati.
La mattina del giorno dopo alle 8.30 siamo in volo con Giles,allacciamo le cinture e indossiamo le cuffie che, oltre a proteggerci dal rumore, ci permettono di comunicare tra di noi grazie ad un interfono. Giles comunica alla Operativa: “November-Romeo, six on board, take off from Terranova to Shield Nunatak”. Solleva la leva del collettore, l’elicottero vibra e si solleva leggero, con una leggera spinta sul pedale destro lo fa ruotare in senso orario; cloche in avanti, il velivolo si inclina e inizia ad avanzare a pochi metri dal suolo. Corre, sfiora dapprima le rocce poi sorvola l’abbagliante distesa bianca del pack ghiacciato della Tethis Bay. Ci dirigiamo verso il Monte Melbourne a nord della base, la nostra destinazione è lo Shield Nunatak, uno “scoglio” di basalto scuro che si solleva dal ghiaccio come un dente cariato; è ciò che resta di un antico vulcano ormai quasi completamente eroso. Per raggiungerlo dobbiamo dapprima sorvolare il ghiacciaio Campbell, ammiro estasiato i profondi crepacci che iniziano ad apririsi a causa dell’innalzamento delle temperature estive. Indichiamo a Giles dove atterrare e lui appoggia dolcemente i pattini dell’elicottero su un pianoro innevato. Scendiamo, prendiamo i nostri zaini e la borsa di sopravvivenza per poi inginocchiarci a terra. Ci copriamo il volto e restiamo accucciati mentre l’elicottero decolla nuovamente sollevando neve e sabbia vulcanica. Questo tipo di operazione si chiama “Drop Off- Pick Up”, significa che il velivolo ci porta sul posto e poi se ne va per tornare quando chiamato via radio. Abbiamo con noi una borsa di sopravvivenza che contiene tenda, sacchi a pelo, attrezzatura per bivacchi alpini e viveri per tre persone per tre giorni. La borsa è necessaria perchè se il tempo dovesse cambiare l’elicottero potrebbe non riuscire a venire a recuperarci. Il pericolo più grande sono le nuvole basse perchè con il terreno innevato creano il fenomento del “white out”, cioè l’impossibilità di distinguere l’orizzonte o la terra da cielo. In queste condizioni l’elicotterista perde la capacità di percepire l’altezza dal suolo con effetti spesso disastrosi.
Ci mettiamo al lavoro, siamo quattro geologi e Jacopo, giornalista di Repubblica che segue la spedizione. Nelle due ore successive camminiamo per il nunatak e raccogliamo una decina di rocce vulcaniche che ci serviranno per il nostro studio. Poi il cielo diventa grigio, si alza una brezza gelida e dalla Sala Operativa chiamano il rientro. Non vogliamo certo sperimentare la borsa di sopravvivenza il primo giorno, così chiamiamo Giles che torna a recuperarci. L’uscita è durata solo mezza giornata ma torniamo felici; non dimenticheremo mai il nostro primo volo in elicottero in Antartide e siamo soddisfatti di avere iniziato a prendere confidenza con il territorio da subito. Nei giorni successivi avremo modo di restare di più all’esterno e l’Antartide non tarderà a mostrare il suo lato più affascinante e al contempo minaccioso.

Articolo gentilmente concesso dalla testata giornalistica MP News che pubblicherà, nel corso di tutta la Missione, un Reportage sull’Antartide a firma di Pier Paolo Giacomoni.

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