Reportage dalla XVII Spedizione italiana in Antartide: l’attesa in Nuova Zelanda tra sogni e realtà

Christchurch (Nuova Zelanda) – 18 uomini con pesanti tute termiche rosse, sono in fila nel buio in attesa di essere chiamati da un ufficiale dell’aeronautica neozelandese. Non sono astronauti bensì i partecipanti alla XXVII Spedizione Italiana in Antartide, organizzata dell’ENEA e dal Programma Nazionale di Ricerca Antartide (PNRA). Tra loro ci sono logistici, militari e personale scientifico di CNR e università di tutta Italia e anche d’Europa. Ci sono anche 10 francesi perché, oltre alla base italiana di Baia Terranova dedicata di recente a Mario Zucchelli (MZS), l’Italia coopera con i transalpini nella gestione e nelle ricerche che si svolgono alla base Dome-Concordia.

Entrati nella sala d’attesa aspettiamo pazienti che il volo del nostro airbus verso la base americana di McMurdo venga confermato. Da qui dovremmo essere trasferiti tramite elicotteri o piccoli aeroplani dotati di pattini chiamati “twinotter” verso Baia Terranova (MZS). Passano due ore, alcuni si sono addormentati con la testa appoggiata agli zaini quando un ufficiale ci comunica che il volo è stato rinviato alle successive 24 ore. Lo sconforto ci assale, è la seconda volta che il volo è cancellato, sulla base persiste brutto tempo, vento forte, basse temperature (-35 °C) e scarsa visibilità.

Tornati in albergo, il giorno successivo decidiamo di passarlo per le vie della città. Christchurch, fondata nel 1848, è la seconda città del Paese, collocata sull’isola meridionale. Il 4 settembre 2010 un terremoto di magnitudo 7,1 ha colpito il centro cittadino provocando 181 vittime e gravi danni alla cattedrale e al bellissimo palazzo in stile Tudor sede dell’Università.

Passeggiamo tra vie deserte, molti negozi hanno gli ingressi sprangati ma le vetrine sono ancora parzialmente allestite, abiti, gioielli ed elettrodomestici sono ancora lì dove si trovavano al momento della scossa, ricoperti di polvere e detriti. La malinconia avvolge chi aveva conosciuto la città prima del dramma, quando tram colorati la percorrevano, musicisti suonavano nelle strade e gli studenti uscivano dal college per mangiare seduti sul prato del bellissimo giardino botanico. I neozelandesi non sono popolo che si piange addosso. La Canterbury Earthquake Recovery Agency (CERA) lavora alacremente per ricostruire e rimettere in sicurezza il centro storico. I negozi sono stati collocati in colorati container, tanto eleganti da sembrare allestimenti di architettura contemporanea e ordinate aiuole abbelliscono la via principale. Orde di ragazzini vestiti di bianco si recano in fila indiana al parco pubblico, impugnando le mazze da cricket e tutti si rivelano di una gentilezza disarmante, cortesemente si soffermano per chiedere da dove veniamo e perchè ci troviamo dall’altra parte del mondo.

Entriamo nel museo civico, l’ingresso è gratuito. Al piano terra è illustrata la prima colonizzazione da parte dei popoli maori del Pacifico meridionale e poi quella britannica. Ogni tanto piccoli pupazzi di Babbo Natale fanno capolino a fianco delle riproduzioni, nascosti tra le felci argentate, simbolo del paese, o tra le uova dei kiwi, ricordandoci che tra poco è Natale, anche se qui è l’inizio dell’estate. È al secondo piano, però, che riaffiora il vero motivo del nostro essere in Nuova Zelanda. Questo è, infatti, il museo dedicato all’Antartide che ci ricorda di essere ad un passo dal continente ghiacciato. Al centro di una grande sala spiccano i mezzi cingolati gialli appartenuti alla Spedizione Transantartica del 1958 guidata dal neozelandese Sir Edmund Hillary, che aveva da poco conquistato la cima dell’Everest e che rappresenta l’ultima delle imprese del cosiddetto periodo pionieristico.

La prima metà del secolo fu dominata dalla corsa al Polo Sud vinta dal norvegese  Rohald Amundsen nel dicembre del 1911 e durante la quale l’esploratore inglese Sir Robert Falcon Scott perse la vita insieme a tutti i suoi compagni. Mi emoziono alla vista degli occhiali con le lenti affumicate appartenuti a Ernest Henry Shackleton durante la spedizione della nave Endurance salpata da Londra il 1 Agosto 1914. L’esploratore britannico intendeva sbarcare sulla costa del Mare di Weddell per poi attraversare via terra, con slitte trainate da cani, tutto il continente fino alla Terra Vittoria, dove ora si trova la base italiana Mario Zucchelli. Ma l’Endurance rimase intrappolato tra i ghiacci costringendo Shaekleton e i suoi compagni a lottare per sopravvivere per tre lunghi anni sul mare ghiacciato. Solo le conoscenze e la capacità di comando del capitano evitarono la tragedia. Tutti i partecipanti alla spedizione tornarono in Inghilterra come eroi per poi trovare la morte come semplici numeri nella follia del primo conflitto mondiale. La spedizione di Hillary del 1958 aveva il medesimo scopo, attraversare il continente antartico. Vi riuscì con mezzi cingolati, e viveri paracadutati dagli aeroplani. La tecnologia ha forse segnato la fine della poesia, i satelliti ora conoscono ogni angolo della geografia dell’Antartide ma il continente ghiacciato rimane un luogo d’incredibile interesse per la comunità scientifica e un patrimonio per l’intera umanità.

Quest’anno ricorre il centenario della vittoria di Amundsen alla corsa al Polo Sud e l’Italia compie la sua XVII spedizione scientifica sul continente. Non ci resta che tornare in albergo, con il cuore colmo della speranza di partire presto, ognuno con una motivazione che lo fa battere. Personalmente oltre allo scopo scientifico, sogno di vedere con i miei occhi ciò che videro quei grandi uomini e provare un po’ delle stesse emozioni.

Articolo gentilmente concesso dalla testata giornalistica MP News che pubblicherà in esclusiva, nel corso di tutta la Missione, un Reportage sull’Antartide a firma di Pier Paolo Giacomoni.

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