Kiwi dagli occhi a mandorla

Quasi tutti ancora dormono alle 6 del mattino, tutti tranne chi sta facendo il turno notturno di sorveglianza agli impianti di trattamento acque, ai generatori ed ai frigoriferi; quando si sente in lontananza la sirena di una nave. E’ la nave coreana che aspettavamo da settimane. E’ una rompighiaccio di fabbricazione russa, sia chiama Araon (Ara=mare, On=tutto), stazza 7400 tonnellate ed è lunga circa 80 metri. Chiama alla radio la sala operativa portando il suo saluto alla base italiana. La aspettavamo da tempo, doveva arrivare una settimana fa ma si è fermata a soccorrere un peschereccio giapponese che, urtato un iceberg, imbarcava acqua nello Stretto di Drake, il tratto di mare più pericoloso del mondo. La Araon porta nella sua stiva diversi container italiani, caricati a in Nuova Zelanda e pieni di frutta, verdura, molta coca cola e…..finalmente le tanto agognate birre da accoppiare alla pizza del sabato sera. Quello di trasportare cibo e attrezzature per gli italiani è un favore tra futuri vicini di casa in accordo con il principio di collaborazione sancito dal Trattato Antartico. I coreani hanno infatti in progetto di costruire una avveniristica base a Baia Terra Nova a circa 15 km da quella italiana. Secondo il “Trattato Antartico” in vigore dal 1 Dicembre 1959 l’Antartide non appartiene a nessuno ma è un patrimonio dell’intera umanità. Il Trattato quindi accantona, fin tanto che rimane valido, le rivendicazioni territoriali che alcune nazioni avanzano per motivi geografici (Cile, Argentina, Australia, Nuova Zelanda) o per esser state protagoniste dell’esplorazione (Inghilterra, Francia, Norvegia). I paesi firmatari sono 12 e 27 quelli che fanno parte del consultivo. Per far parte del consultivo bisogna condurre ricerche scientifiche sostanziali ed avere almeno una base permanente sul territorio. Secondo il Trattato, l’Antartide è un continente pacifico dove c’è assoluta libertà scientifica. Le nazioni si impegnano a proteggere l’ambiente e a non produrre rifiuti e possono mandare ispezioni in qualsiasi base di un altra nazione.
Poco prima di mezzogiorno, un elicottero si alza dalla nave, atterrando sull’helipad della base. Scendono il capo spedizione coreano, un camera man e l’ingegnere capo, accolti dal nostro capo spedizione Alberto Della Rovere. Gli ospiti sono invitati a pranzo e il camera man viene accompagnato a filmare ogni angolo della base….compresi i cuochi Pippo e Franco mentre scolano gli spaghetti.
Il giorno successivo i nostri elicotteri fanno la spola con la nave per caricare in grosse reti il carico, tutti sono stati chiamati a dare una mano e stivare il cibo nei container vicino alla cucina. Il nostro capo spedizione e gli ospiti si riuniscono. I coreani hanno enormi risorse economiche e tecnologiche, ma hanno bisogno dei consigli della quasi trentennale esperienza italiana su come si vive in Antartide, come organizzare la base, ma anche sul clima che incontreranno a Baia Terra Nova (tipo di vento, temperature, condizione stagionale del pack ecc…). In occasione, chiediamo al capo spedizione coreano se possono rompere con la nave il pack che ancora persiste nella baia per poter consentire ai biologi marini di mettere in barca il battello oceanografico “Skua”. I coreani acconsentono, il giorno successivo la Araon tenta invano di rompere il ghiaccio, ma avanza solo di 200 metri. Lo sconforto assale i biologi, estremamente frustrati di non poter pescare gli Ice Fish o analizzare la composizione e il contenuto in microplancton delle acque non ricoperte dal ghiaccio.
L’arrivo della nave ha portato comunque una ventata di allegria, a cena posso finalmente gustarmi dei buonissimi kiwi e qualche ottimo mandarino. Non si può non riflettere sui motivi e su quanto sia complicata la nostra permanenza in Antartide. Nel territorio più inospitale e selvaggio del pianeta questo succoso kiwi diventa un bene dal valore enorme, ha infatti percorso migliaia di chilometri su una nave che brucia migliaia di litri di gasolio, tutto ciò per consentire la ricerca scientifica. Rifletto quindi sulla responsabilità che abbiamo nello svolgere un lavoro egregio e sul prestigio che ci è concesso ad avere queste enormi risorse a disposizione. Poi il pensiero va al futuro di questo continente, cosa ne sarà dell’Antartide quando scadrà il Trattato nel 2048? L’Antartide è un continente antico, ricco di risorse minerarie e con enormi riserve di petrolio e gas. Fino ad ora è stato protetto dal Trattato, a sua volta voluto dalle grandi potenze di allora (Usa e Urss). Il rinnovo del trattato dovrà essere voluto dalle grandi potenze del futuro, in particolare da Cina ed India che hanno nuove moderne basi sul continente, oltre ovviamente dagli Stati Uniti che con la base di Mc Murdo hanno costruito una vera e propria cittadina con oltre 2000 abitanti.
Mordo il mio prezioso kiwi che odora di erba lontana con un po’ di malinconia, spero che l’egoismo delle nazioni non uccida mai il sogno di un Antartide come patrimonio naturale e scientifico dell’intera umanità.

Venti catabatici, pinguini ed altre antartiche meraviglie

I giorni trascorrono veloci, ormai ci siamo abituati ai voli in elicottero e iniziamo a prendere confidenza con i toponimi geografici di questa parte di mondo. Sorvoliamo il ghiacciaio Mariner, alla nostra destra si stagliano le cime gemelle del Mount Murchison, gli scisti di cui sono composte disegnano pareti scure e verticali. Ma ciò che ci preoccupa maggiormente sono dei lunghi baffi di neve che, trasportati dal vento, si arricciano verso il cielo blu. La giornata sembra perfetta, nemmeno una nuvola in cielo, ma quei segni indicano che sta arrivando il vento catabatico. I venti catabatici sono masse di aria fredda che si formano a 3000 metri, sulla calotta e che poi discendono incanalandosi nelle vallate verso il mare; possono raggiungere i 180 km/h e arrivano improvvisamente.  Fortunatamente le stazioni meteo collocate negli avamposti intermedi tra la costa e la base Italo-Francese di Dome Concordia avevano avvisato la sala operativa di Baia Terra Nova la quale ha contatto il nostro pilota, questi ci chiede per radio:” Are you ready for the crazy flight?”…L’elicottero comincia a risentire delle turbolenze, sobbalza, e scarta di lato mentre Giles usa tutta la potenza del motore per contrastare il vento che rinforza rapidamente. Fortunatamente siamo quasi arrivati, sotto di noi c’è il ghiacciaio Campbell e si vede la struttura azzurra della base dall’altra parte della baia. L’elicottero atterra sull’helipad spazzato dalla sabbia, dopo essere usciti aiutiamo il pilota a stabilizzare il velivolo con spesse cinghie fissate con moschettoni di acciaio al telaio e a dei supporti di cemento a terra. Rientrati in base ci accorgiamo che anche gli altri ricercatori sono rientrati, quelli che hanno avuto maggiori difficoltà sono stati i biologi marini che si trovavano sul pack per pescare da un foro praticato nel ghiaccio.
Il catabatico soffia per qualche ora e tutta la base muggisce come se fosse la cassa armonica di un grande organo. I giorni successivi, anche se il vento è scomparso, una fitta coltre di nubi ricopre tutta la Terra Vittoria Settentrionale e le attività di volo sono ferme. Approfittiamo del periodo di sosta per fare ordine nel lavoro svolto, scaricare la posizione dei luoghi dove abbiamo raccolto le rocce dal GPS e inserire le coordinate in un software di cartografia digitale sul quale è stata caricata una carta topografica dello United States Geological Survey. Non ci si annoia mai e poi domani è la vigilia di Natale!
I preparativi per le festività sono iniziati già da giorni, i cuochi sono ovviamente i più impegnati ma ognuno contribuisce come può, c’è chi addobba e chi prepara il salone. La cena della vigilia è seguita da una piccola festa al Pinguinattolo, una casetta di legno con una piccola palestra, qualche panca e un camino. Ci scambiamo gli auguri, si stappa qualche rarissima bottiglia di spumante e il Capo Spedizione regala a tutti una T-shirt commemorativa della spedizione. Il giorno di Natale passa tranquillo, dopo un pranzo pantagruelico c’è chi va a riposarsi e chi si ferma a chiacchierare o a fare qualche partita a calcio balilla. Parlo con Ennio, il biologo marino di origini napoletane il quale mi racconta le difficoltà che hanno a pescare gli “icefish”. Questi sono pesci adattati a vivere nelle acque gelide antartiche (-2°C) che hanno eliminato l’emoglobina dal sangue per far si che questo non congeli. Purtroppo, mi spiega, il pack quest’anno tarda a rompersi, e c’è scarso apporto di nutrienti nella baia e quindi di pesci, “abbiamo fatto diversi tentativi, pescato altri pesci interessanti, ma proprio quando la giornata sembrava propizia, una foca ha deciso di venire a respirare dal nostro foro e abbiamo dovuto smettere di pescare” mi racconta.
Il giorno di Santo Stefano riprendono i voli e anche noi usciamo per lavorare a Cape Washington, a circa 15 minuti dalla base. L’elicottero atterra sul pack e cominciamo a osservare le rocce che compongono la scogliera verticale. Sono basalti, lave di un antico centro vulcanico ormai estinto ed eroso. Proprio mentre prendiamo la posizione al gps notiamo che un pinguino si sta avvicinando. Dista qualche centinaio di metri ma si muove velocemente, scivolando sulla pancia spinto dalla zampe. Dopo una decina di minuti è a pochi metri da noi, incuriosito si avvicina a Carmelo il collega vulcanologo dell’Università di Catania. Carmelo lo saluta alzando il braccio destro e il pinguino risponde sollevando l’ala sinistra…E’ una situazione comica, il pinguino è un Adelie, alto circa 30 cm ha la pancia bianca e la testa nera, gli occhi scuri sono circondati da un anello bianco. E’ strano vedere un pinguino da solo, solitamente vivono in grandi colonie, facendo i nidi con piccoli sassi disposti in mucchietti concentrici. Questo è probabilmente un esemplare giovane, cammina verso di noi, ci osserva con sguardo intelligente, cerca di spaventarci, prova a beccare me e Carmelo ma spesso inciampa risultando incredibilmente buffo. Dopo poco si tranquillizza e si allontana verso la più vicina crepa nel ghiaccio…Torniamo a lavoro, inconsapevoli che il “pinguino solitario” sarebbe diventato uno dei nostri più simpatici compagni di avventura!

Nubi all’orizzonte e primi freddi

I giorni trascorrono senza sosta, usciamo in elicottero altre quattro volte, impegnati in zone sempre più distanti dalla base. Ci svegliamo, facciamo colazione in mensa dove il cuoco Pippo, di origini napoletane, ci accoglie sempre con una colonna sonora allegra e adatta al risveglio; oggi sono gli Abba ad accompagnarci. Pippo è fantastico, prepara con il collega Emanuele il pane fresco e la pizza tutte le mattine oltre ovviamente a torte e cornetti alla crema. Il programma del giorno prevede un volo verso il vulcano Overlord e la zona di Aviator Nunatak. I siti distano 130 km circa dalla base ed il nostro pilota sarà Bob. Voliamo per circa un ora in direzione nord-ovest, il viaggio è lungo così decido di fare un po’ di conversazione con il nostro pilota. Bob è neozelandese del nord e vola da 15 anni in Antartide, ha lavorato alla base di McMurdo con gli americani, a Scott dai neozeladesi e Domont Durville con i francesi. Ma il posto che ama di più è la base italiana di Baia Terranova. Ci avviciniamo all’Overlord, un vulcano di oltre 3000 metri ormai spento. Vogliamo raccogliere dei campioni di roccia da un cono nero che affiora dalla neve, lo indichiamo a Bob ma lui ci dice che è troppo in alto, l’aria è rarefatta e l’elicottero arranca. Riesce comunque a salire e scaricarci sul punto, ma ci dice che ci attenderà più in basso, lo chiameremo sul canale 1 quando saremo pronti a ripartire. Scaricati gli zaini e la borsa di sopravvivenza ci accucciamo coprendoci il volto mentre il velivolo decolla sollevando una nuvola di neve ghiacciata dall’aspetto polveroso. Poi cala il silenzio, siamo soli e ci accorgiamo in pochi istanti che qui fa un gran freddo! Il termometro dice -25°C e la leggera brezza che ci colpisce al volto non migliora le cose. Camminiamo sul sito per una mezz’oretta, raccogliendo campioni. Tornato a prenderci indichiamo a Bob la prossima meta: una cresta nera che si staglia ripida sul fianco settentrionale dell’Aviator Nunatak. Questi è di una bellezza commovente, sembra una barca di roccia antichissima che naviga al centro dell’immenso ghiacciaio Aviator. Vorremmo atterrare in un punto ma mi sembra stretto, lo dico a Bob ma lui, con un sorriso sardonico e l’immancabile accento kiwi mi risponde: ”tell me where you want to go and I’ll land there”. Avvicina la cresta di roccia controvento e con delicatezza appoggia i pattini in una zona non più ampia di 3-4 metri quadri. Se guardo dai finestrini posti sotto i miei piedi vedo il baratro…Come fatto precedentemente scendiamo e l’elicottero se ne va per aspettarci in una zona meno “precaria”.
Terminato di raccogliere le rocce pranziamo con Bob consumando il sacchetto che ci ha preparato il cuoco Pippo. L’acqua ed il succo di frutta si sono congelati, ma i panini sono commestibili! Chiacchiero ancora con Bob, mi dice che ha imparato a volare a 18 anni, nell’aviazione neozelandese e che è preoccupato perchè dove vive è in corso una brutta alluvione e lo Stato ha dichiarato la calamità naturale. Poi ci chiede cosa stiamo cercando. Gli spieghiamo che cerchiamo delle rocce laviche che contengono dei minerali verdi chiamati “olivine”. Lui mi risponde: “Ok, I know a place!”. Non ci credo, la giornata era stata proficua ma non avevamo trovato ciò che cercavamo. Bob ci porta dove di solito si rifornisce da alcuni barili di carburante semi sepolti nella neve sul bordo della parete degli Eldridge Bluff. Ed eccole lì le nostre rocce! Ripenso agli insegnamenti del Prof. Neri il prima anno di Università. Con il suo accento bolognese ci diceva che se ci trovavamo in un posto poco conosciuto dovevamo parlare prima di tutto con le persone del luogo, contadini, allevatori ecc…Anche se non sono scienziati conoscono il territorio, lo osservano attentamente e ne percepiscono i cambiamenti. Bob non è uno scienziato e nemmeno un agricoltore, ma vola in Antartide da 15 anni e conosce come le sue tasche questo pezzo di mondo!
Ripartiamo per rientrare alla base, ormai galvanizzato dall’aver trovato persone che parlano con lui e lo coinvolgono, anche Bob vuole trasmetterci un po’ delle sue conoscenze e inizia a spiegarci tutti i comandi dell’elicottero. Rimango meravigliato dalla sua lezione, l’elicottero è davvero una macchina meravigliosa e nelle sue mani, pilotarlo sembra uno gioco. Ascolto Bob lusingato che con tanta gentilezza ci illustri l’effetto che fa la spinta sui pedali, il movimento della cloche o l’agire sulla leva del collettore.
Ma appena ci alziamo in volo Bob si fa serio. Le nubi si stanno chiudendo intorno a noi, arrivano veloci da ovest e ormai toccano le cime delle montagne. Se non fosse per una leggera striscia di cielo azzurro saremmo nel “white out”, la totale assenza di punti di riferimento e della percezione dell’orizzonte. Bob chiama Giles sull’altro elicottero, questi lo tranquillizza rassicurandolo che le nubi sono basse e che a Baia Terranova è sereno come sempre, per questo gli americani la chiamano “Banana Bay”. Così ci alziamo sopra le nubi e puntiamo verso il Mt. Melbourne. Usciti dalle nubi Bob si rilassa e ci fa volare per circa 20 minuti a bassissima quota sul ghiacciaio Campbell e dove questi si getta in mare. E’ un’esperienza esaltante, sotto di noi crepacci enormi e sculture di ghiaccio azzurro, percepisco l’amore che il nostro pilota prova per il volo…e finisco la scheda della mia macchina fotografica.
Atterriamo a Baia Terranova, siamo esausti ma felici che la giornata sia andata per il verso giusto, mi carico il pesante zaino pieno di rocce sulle spalle e mi giro per entrare in base, faccio appena in tempo a vedere Giles che indica una roccia nera in mano a Bob e gli chiede: “Cos’è quella?” e lui “ Come, non lo sai? E’ olivina!”.

Articolo gentilmente concesso dalla testata giornalistica MP News che pubblicherà, nel corso di tutta la Missione, un Reportage sull’Antartide a firma di Pier Paolo Giacomoni.

Al lavoro: i primi voli sulla Terra Vittoria Settentrionale

Tutto sommato bastano poche ore per sentirsi completamente a casa alla Base Mario Zucchelli. La struttura principale ha una forma a T ed in ogni ramo è collocata una sezione: zona notte, zona giorno (mensa, bar, lavanderia, aree ricreative…) e la zona laboratori. All’incrocio dei rami si trova la sala operativa, che è rialzata come la torre di controllo degli aeroporti. Da qui sono coordinate tutte le operazioni, dal volo degli elicotteri al movimento degli uomini su imbarcazioni e sul pack. Ci viene data una radio a testa, ogni spostamento al di fuori del perimetro della base deve essere comunicato alla sala operativa che deve avere costantemente coscienza della posizione e dei possibili rischi a cui ogni componente della spedizione può andare in contro. I ricercatori si sistemano nei laboratori, noi geologi abbiamo una grande stanza al secondo piano con tutto ciò che ci serve, carte, bussole, foto aeree e satellitari oltre a tutto l’occorrente per raccogliere campioni di roccia. Nel tardo pomeriggio viene indetta una riunione scientifica per definire gli obiettivi dei singoli gruppi di ricerca e organizzare il lavoro già dal giorno successivo.
Passiamo la giornata in base, imparando a conoscere la struttura e le persone che vi lavorano. Mi presentano gli elicotteristi Bob e Giles. Sono neozelandesi come la compagnia per cui lavorano la Helicopter New Zealand e ci aiuteranno a svolgere il nostro lavoro, portandoci dove affiorano le rocce che cerchiamo. Bob è un veterano, alla sua quindicesima spedizione in Antartide mentre Giles è alla sua prima esperienza a queste latitudini. Sono diversi per carattere ed aspetto fisico, il primo è sulla cinquantina, alto e longilineo con curati baffetti bianchi, indossa sempre un cappello da baseball della base americana di McMurdo, una camicia a grandi scacchi rossi e gli immancabili rayban a goccia che fanno molto top gun. Giles invece è molto più giovane, avrà una trentina di anni, biondiccio, rasato e vestito con abiti tecnici e occhiali da ghiacciaio avvolgenti e affusolati.
La mattina del giorno dopo alle 8.30 siamo in volo con Giles,allacciamo le cinture e indossiamo le cuffie che, oltre a proteggerci dal rumore, ci permettono di comunicare tra di noi grazie ad un interfono. Giles comunica alla Operativa: “November-Romeo, six on board, take off from Terranova to Shield Nunatak”. Solleva la leva del collettore, l’elicottero vibra e si solleva leggero, con una leggera spinta sul pedale destro lo fa ruotare in senso orario; cloche in avanti, il velivolo si inclina e inizia ad avanzare a pochi metri dal suolo. Corre, sfiora dapprima le rocce poi sorvola l’abbagliante distesa bianca del pack ghiacciato della Tethis Bay. Ci dirigiamo verso il Monte Melbourne a nord della base, la nostra destinazione è lo Shield Nunatak, uno “scoglio” di basalto scuro che si solleva dal ghiaccio come un dente cariato; è ciò che resta di un antico vulcano ormai quasi completamente eroso. Per raggiungerlo dobbiamo dapprima sorvolare il ghiacciaio Campbell, ammiro estasiato i profondi crepacci che iniziano ad apririsi a causa dell’innalzamento delle temperature estive. Indichiamo a Giles dove atterrare e lui appoggia dolcemente i pattini dell’elicottero su un pianoro innevato. Scendiamo, prendiamo i nostri zaini e la borsa di sopravvivenza per poi inginocchiarci a terra. Ci copriamo il volto e restiamo accucciati mentre l’elicottero decolla nuovamente sollevando neve e sabbia vulcanica. Questo tipo di operazione si chiama “Drop Off- Pick Up”, significa che il velivolo ci porta sul posto e poi se ne va per tornare quando chiamato via radio. Abbiamo con noi una borsa di sopravvivenza che contiene tenda, sacchi a pelo, attrezzatura per bivacchi alpini e viveri per tre persone per tre giorni. La borsa è necessaria perchè se il tempo dovesse cambiare l’elicottero potrebbe non riuscire a venire a recuperarci. Il pericolo più grande sono le nuvole basse perchè con il terreno innevato creano il fenomento del “white out”, cioè l’impossibilità di distinguere l’orizzonte o la terra da cielo. In queste condizioni l’elicotterista perde la capacità di percepire l’altezza dal suolo con effetti spesso disastrosi.
Ci mettiamo al lavoro, siamo quattro geologi e Jacopo, giornalista di Repubblica che segue la spedizione. Nelle due ore successive camminiamo per il nunatak e raccogliamo una decina di rocce vulcaniche che ci serviranno per il nostro studio. Poi il cielo diventa grigio, si alza una brezza gelida e dalla Sala Operativa chiamano il rientro. Non vogliamo certo sperimentare la borsa di sopravvivenza il primo giorno, così chiamiamo Giles che torna a recuperarci. L’uscita è durata solo mezza giornata ma torniamo felici; non dimenticheremo mai il nostro primo volo in elicottero in Antartide e siamo soddisfatti di avere iniziato a prendere confidenza con il territorio da subito. Nei giorni successivi avremo modo di restare di più all’esterno e l’Antartide non tarderà a mostrare il suo lato più affascinante e al contempo minaccioso.

Articolo gentilmente concesso dalla testata giornalistica MP News che pubblicherà, nel corso di tutta la Missione, un Reportage sull’Antartide a firma di Pier Paolo Giacomoni.

Verso un mondo di luce: l’arrivo a Baia Terranova

Stiamo pranzando all’albergo quando arriva il comunicato sulle condizioni meteo sopra la base di McMurdo dall’aviazione statunitense; la perturbazione sembra concederci una finestra priva di nuvole per qualche ora. Il rischio persiste ma dobbiamo tentare, si parte. Ci vestiamo con l’abbigliamento antartico, come richiede il protocollo di volo. Piedi e mani sono i punti più sensibili al freddo perciò indossiamo scarponi canadesi progettati per -40°C, portiamo con noi sottoguanti, guanti, berretta di lana e cappello, il tutto ovviamente in rosso, il colore che si distingue meglio sul ghiaccio. Di nuovo ci troviamo faccia a faccia con il militare neozelandese del precedente tentativo che questa volta, però, non ci ferma. Siamo trasportati su un vecchio pullman all’interno dell’aeroporto e poi su un airbus del tutto simile a quelli civili. Alle 21 decolliamo. Il volo durerà circa 6 ore. Ognuno cerca un modo per passare il tempo o magari per scacciare il pensiero che ancora una volta, giunti a metà strada, potremmo essere costretti a tornare in Nuova Zelanda.

Mi rilasso leggendo i diari di Scott, della prima fallimentare spedizione “Discovery” (1902-1903) verso il Polo. Partirono da Baia Terranova, la nostra destinazione. Mi addormento pensando che forse tra non molto vedrò io stesso quei luoghi. Mi sveglia la voce del pilota: “alle vostra sinistra potete ammirare il pack” dice. Mi affaccio al finestrino e sono accecato dalla luce. Siamo partiti che il sole era tramontato ma lo abbiamo “inseguito” ed ora, in piena notte è lì, alto in cielo, e si riflette sulla superficie di un infinito oceano di ghiaccio. Lo spettacolo è di quelli che tolgono il fiato. Scattando qualche foto mi accorgo che non è come lo immaginavo. La superficie ghiacciata non è piatta bensì percorsa da ondulazioni e increspature ampie chilometri che creano ombre lunghissime e strabilianti. Il pack è a volte interrotto da spaccature; dritte linee blu separano enormi iceberg piatti come in un quadro astratto. Presto iniziano a intravedersi le prime montagne ricoperte di neve, ghiacciai riempiono le valli e raramente riconosco piccoli lembi di roccia.

E’ impossibile rendersi conto delle distanze o delle dimensioni: piccole cime potrebbero essere alte 3000 metri e quello che sembra un normale ghiacciaio, essere largo 50 chilometri. La mente mi porta a immaginare che ciò che vedo doveva assomigliare all’aspetto delle nostre Alpi durante l’ultima glaciazione. Dal finestrino riconosco il Monte Melbourne, un vulcano attivo alto 2700 metri che sovrasta Baia Terranova. Cerco di riconoscere la base italiana; chiedo a chi è più esperto ma mi dicono essere coperta dalle nubi.

Rimango però esterrefatto alla vista dell’imponente fronte del ghiacciaio Drygalsky che si getta nel mare poco a Sud di Hells Gate, una baia denominata così da R. Scott per via dei forti venti che vi si incanalano. In breve tempo l’aereo comincia la sua discesa verso la base di McMurdo. Quello della base americana è un vero e proprio aeroporto che rispetta tutte le norme internazionali dell’aviazione civile ma, invece di essere in asfalto, la pista è ricavata sulla superficie ghiacciata della Ross Shelf, un’aerea enorme costituita da una serie di ghiacciai terrestri che confluiscono in mare. Grazie a ciò gli americani sono in grado di mantenere una pista per tutto l’anno mentre quella italiana, costruita sul pack, in estate diventa inutilizzabile.

L’aereo atterra alzando una nuvola di neve e scendiamo a uno a uno dalla scaletta. E’ un momento indimenticabile, metto il piede sul ghiaccio, una folata di vento ci colpisce il volto e respiriamo a pieni polmoni l’aria a -20°C; ci sovrasta con i suoi 3300 metri di altezza il Monte Erebus. Siamo ordinatamente stipati in un container riscaldato in attesa dei voli verso la base italiana. Sono fortunato, parto quasi subito insieme ai dieci francesi su un twin otter; il piccolo aereo ha due motori a elica e prende agilmente la via della pista, scivolando con i pattini sulla superficie ghiacciata. In un’ora e mezza siamo a Baia Terranova, nel frattempo il cielo si è riempito di nubi, per fortuna alla base Mario Zucchelli c’è un bellissimo sole. Il twin otter atterra sul mare ghiacciato della Tethis Bay. Ad attenderlo una cisterna per il carburante e il gruppo che deve prenderlo per andare a McMurdo e imbarcarsi per fare il viaggio inverso e tornare finalmente a casa.

Molti sono veterani, chi si conosce si abbraccia mentre i nuovi sono accolti calorosamente con una forte stretta di mano ed un sorriso. Saliamo su una jeep e in pochi minuti arriviamo alla base passando per le cisterne del carburante avio, davanti ai magazzini e infine all’edificio principale dove si trova la sala operativa, i moduli abitativi e quelli con i laboratori e gli uffici. Sono le 4 del mattino, tutti dormono, il sole è caldo, qui il clima è molto più mite rispetto che alla base americana. Entrati in base ci danno delle comode pantofole e ci portano ai rispettivi alloggi, poggio la borsa e seguo un irresistibile odore di cornetti fino alla mensa, dove il cuoco napoletano è intento a preparare la colazione. Ci rilassiamo, anche i francesi sono stupiti dall’ospitalità: qui, nel luogo più inospitale della Terra, esiste un lembo di Bel Paese. La stanchezza prende il sopravvento, mi corico in branda, non mi sembra vero, sono in Antartide. E l’avventura deve ancora incominciare …

Articolo gentilmente concesso dalla testata giornalistica MP Newsche pubblicherà, nel corso di tutta la Missione, un Reportage sull’Antartide a firma di Pier Paolo Giacomoni.

Reportage dalla XVII Spedizione italiana in Antartide: l’attesa in Nuova Zelanda tra sogni e realtà

Christchurch (Nuova Zelanda) – 18 uomini con pesanti tute termiche rosse, sono in fila nel buio in attesa di essere chiamati da un ufficiale dell’aeronautica neozelandese. Non sono astronauti bensì i partecipanti alla XXVII Spedizione Italiana in Antartide, organizzata dell’ENEA e dal Programma Nazionale di Ricerca Antartide (PNRA). Tra loro ci sono logistici, militari e personale scientifico di CNR e università di tutta Italia e anche d’Europa. Ci sono anche 10 francesi perché, oltre alla base italiana di Baia Terranova dedicata di recente a Mario Zucchelli (MZS), l’Italia coopera con i transalpini nella gestione e nelle ricerche che si svolgono alla base Dome-Concordia.

Entrati nella sala d’attesa aspettiamo pazienti che il volo del nostro airbus verso la base americana di McMurdo venga confermato. Da qui dovremmo essere trasferiti tramite elicotteri o piccoli aeroplani dotati di pattini chiamati “twinotter” verso Baia Terranova (MZS). Passano due ore, alcuni si sono addormentati con la testa appoggiata agli zaini quando un ufficiale ci comunica che il volo è stato rinviato alle successive 24 ore. Lo sconforto ci assale, è la seconda volta che il volo è cancellato, sulla base persiste brutto tempo, vento forte, basse temperature (-35 °C) e scarsa visibilità.

Tornati in albergo, il giorno successivo decidiamo di passarlo per le vie della città. Christchurch, fondata nel 1848, è la seconda città del Paese, collocata sull’isola meridionale. Il 4 settembre 2010 un terremoto di magnitudo 7,1 ha colpito il centro cittadino provocando 181 vittime e gravi danni alla cattedrale e al bellissimo palazzo in stile Tudor sede dell’Università.

Passeggiamo tra vie deserte, molti negozi hanno gli ingressi sprangati ma le vetrine sono ancora parzialmente allestite, abiti, gioielli ed elettrodomestici sono ancora lì dove si trovavano al momento della scossa, ricoperti di polvere e detriti. La malinconia avvolge chi aveva conosciuto la città prima del dramma, quando tram colorati la percorrevano, musicisti suonavano nelle strade e gli studenti uscivano dal college per mangiare seduti sul prato del bellissimo giardino botanico. I neozelandesi non sono popolo che si piange addosso. La Canterbury Earthquake Recovery Agency (CERA) lavora alacremente per ricostruire e rimettere in sicurezza il centro storico. I negozi sono stati collocati in colorati container, tanto eleganti da sembrare allestimenti di architettura contemporanea e ordinate aiuole abbelliscono la via principale. Orde di ragazzini vestiti di bianco si recano in fila indiana al parco pubblico, impugnando le mazze da cricket e tutti si rivelano di una gentilezza disarmante, cortesemente si soffermano per chiedere da dove veniamo e perchè ci troviamo dall’altra parte del mondo.

Entriamo nel museo civico, l’ingresso è gratuito. Al piano terra è illustrata la prima colonizzazione da parte dei popoli maori del Pacifico meridionale e poi quella britannica. Ogni tanto piccoli pupazzi di Babbo Natale fanno capolino a fianco delle riproduzioni, nascosti tra le felci argentate, simbolo del paese, o tra le uova dei kiwi, ricordandoci che tra poco è Natale, anche se qui è l’inizio dell’estate. È al secondo piano, però, che riaffiora il vero motivo del nostro essere in Nuova Zelanda. Questo è, infatti, il museo dedicato all’Antartide che ci ricorda di essere ad un passo dal continente ghiacciato. Al centro di una grande sala spiccano i mezzi cingolati gialli appartenuti alla Spedizione Transantartica del 1958 guidata dal neozelandese Sir Edmund Hillary, che aveva da poco conquistato la cima dell’Everest e che rappresenta l’ultima delle imprese del cosiddetto periodo pionieristico.

La prima metà del secolo fu dominata dalla corsa al Polo Sud vinta dal norvegese  Rohald Amundsen nel dicembre del 1911 e durante la quale l’esploratore inglese Sir Robert Falcon Scott perse la vita insieme a tutti i suoi compagni. Mi emoziono alla vista degli occhiali con le lenti affumicate appartenuti a Ernest Henry Shackleton durante la spedizione della nave Endurance salpata da Londra il 1 Agosto 1914. L’esploratore britannico intendeva sbarcare sulla costa del Mare di Weddell per poi attraversare via terra, con slitte trainate da cani, tutto il continente fino alla Terra Vittoria, dove ora si trova la base italiana Mario Zucchelli. Ma l’Endurance rimase intrappolato tra i ghiacci costringendo Shaekleton e i suoi compagni a lottare per sopravvivere per tre lunghi anni sul mare ghiacciato. Solo le conoscenze e la capacità di comando del capitano evitarono la tragedia. Tutti i partecipanti alla spedizione tornarono in Inghilterra come eroi per poi trovare la morte come semplici numeri nella follia del primo conflitto mondiale. La spedizione di Hillary del 1958 aveva il medesimo scopo, attraversare il continente antartico. Vi riuscì con mezzi cingolati, e viveri paracadutati dagli aeroplani. La tecnologia ha forse segnato la fine della poesia, i satelliti ora conoscono ogni angolo della geografia dell’Antartide ma il continente ghiacciato rimane un luogo d’incredibile interesse per la comunità scientifica e un patrimonio per l’intera umanità.

Quest’anno ricorre il centenario della vittoria di Amundsen alla corsa al Polo Sud e l’Italia compie la sua XVII spedizione scientifica sul continente. Non ci resta che tornare in albergo, con il cuore colmo della speranza di partire presto, ognuno con una motivazione che lo fa battere. Personalmente oltre allo scopo scientifico, sogno di vedere con i miei occhi ciò che videro quei grandi uomini e provare un po’ delle stesse emozioni.

 

Articolo gentilmente concesso dalla testata giornalistica MP News che pubblicherà in esclusiva, nel corso di tutta la Missione, un Reportage sull’Antartide a firma di Pier Paolo Giacomoni.

Danger-Christchurch (New Zealand)

Christchurch (Nuova Zelanda)

Il 3 Settembre 2010 un terremoto di magnitudo 7.1 colpisce l’isola meridionale della Nuova Zelanda. Viene subito definito “il terremoto di Christchurch” dal nome della seconda città del paese che risulta la maggiormente colpita. Sono arrivato ieri a Christchurch, tra qualche ora partirò per Antartide con un C130 dell’aereonautica americana. Prima di partire ho tempo per fare due passi per la cittadina e scattare qualche foto. Il terremoto ha provocato gravi danni, soprattutto agli edifici in muratura, il centro è transennato e la cattedrale, gravemente danneggiata, viene aperta solo la domenica “a rischio e pericolo dei fedeli”. Il sisma ha provocato 181 vittime e centinaia di feriti, il conto sarebbe state ben più grave se non ci fosse stata una attenta prevenzione. Molti edifici sono stati costruiti con criteri antisismici che hanno evitato che crollassero completamente. Infatti, se osservati esteriormente molti edifici non sembrano presentare gravi danni, ma risultano comunque inagibili. I negozi sono stati abbandonati così com’erano, in vetrina orologi, abbigliamento e gioielli sono ricoperti di polvere e detriti. I neozelandesi non sono popolo che si piange addosso, i negozi sono stati riattrezzati in container e la CERA (Christchurch Earthquake Reconstruct Agency) sta lavorando alla clemente per far tornare tutto alla normalità. Stupisce l’ordine,  la pulizia e la cura delle aiule collocate tra i container e il sorriso che sempre accompagna il saluto di un neozelandese! Forza Kiwi!

Un cafè in un container nel centro di Christchurch

Padre e figlio devoti a S.Agata

Catania (Italia) – Festa di S.Agata

Sono molto affezionato a questo scatto. Mi trovavo a Catania, dove ho vissuto per quasi tre anni, durante le festa per il patrono cittadino: Sant’Agata. S.Agata è stata, secondo la tradizione cristiana, una giovane vissuta tra il III ed il IV secolo, durante il proconsolato di Quinziano. Consacrata all’età di 21 anni come diaconessa, lo stesso Quinziano si sarebbe invaghito di lei, ordinandole di abiurare Cristo e convertirsi agli dei pagani. Al rifiuto della giovane, il proconsole dapprima tentò di corromperla affidandola alle sacerdotesse si Venere e Cerere poi, vista la mancanza di risultati, la processò. Incarcerata e sottoposta a terribili sevizie spirò nella sua cella il 5 febbraio 251. Sant’Agata è molto amata dai catanesi che la venerano la prima settimana di febbraio. In quei giorni decisi di fare una passeggiata, proprio per cercare di fotografare l’estasi mistica nei volti dei devoti. Mi imbattei in un padre con il figlio adolescente, trasportavano, come vuole la tradizione enormi e pesantissime candele, il cui peso è direttamente proporzionale alle devozione verso la santa. Aspettavano l’arrivo delle candelore, baldacchini decorati con ori e addobbati, portati a spalla da decine di fedeli, ognuno dei quali appartenente ad una corporazione di artigiani. Mi ha impressionato il loro sguardo, illuminato quasi esclusivamente dalla luce delle candele.

Ciao, a presto…

Bellezza rinascimentale

PALIO DI FERRARA (Italia) Maggio 2011

Lo scatto di oggi vuole prendersi una piccola pausa dai luoghi lontani, sperduti e freddi…E’ una foto recuperata mentre facevo un po’ di ordine nell’archivio. Penso che la cosa più difficile per chi è appassionato di fotografia sia di fare scatti emozionanti dei luoghi per lui comuni. Così mi capita per Ferrara, la città in cui vivo. Nonostante sia bellissima, piena di bellezze culturali, parchi e spunti fotografici mi trovo sempre a pensare alle mie foto come “cartoline” e non sufficientemente cariche di sentimento ed originalità. Tuttavia, per una settimana l’anno, Ferrara si anima per lo storico Palio, il più antico d’Italia. Le varie contrade si sfidano animosamente nelle competizioni tra sbandieratori, nelle corse di putti (ragazzi), putte (ragazze), asini e, ovviamente, con bellissimi cavalli purosangue. Ma una delle manifestazioni più fotogeniche è sicuramente la sfilata nei tradizionali costumi rinascimentali per la stupendo viale di Ercole I D’Este che da Piazza Castello raggiunge le mura cittadine. Musici e sbandieratori accompagnano principi e nobildonne. Ci sono le cortigiane, le balie, gli armigeri e persino il boia. Durante la sfilata sono rimasto colpito dall’eleganza e dalla bellezza di questa ragazza, il cui sguardo si celava dietro un sottile velo, esaltandone il sorriso. Sto ancora cercando uno scatto di Ferrara che sia diverso, emozionante e intimo ma nel frattempo la mia ricerca riesce, a volte, ad emozionarmi.

Ciao

Caccia grossa

ANGAMASSALIK – Groenlandia orientale, Agosto 2011

Quel giorno stavo rientrando da un lungo trekking, partito dalla parte opposta della baia, ero arrivato nel villaggio di Angmassalik alle 19 di sera, dopo circa 18 km di cammino. Stanco a causa del forte sole che in Groenlandia non lascia tregua, non vedevo l’ora di rientrare alla Red House, il rifugio gestito da Robert Peroni e base di tutte le spedizioni in questa zona del paese. Camminavo attraverso il paese assaporando la prossima cena con il pensiero, quando vengo sorpassato da un pick up sul quale quattro inuit festeggiavano, alzando i fucili da caccia verso il cielo. Nel cassone dell’automobile si trovava una enorme testa nera e una lunga pinna…Inizialmente pensavo si trattasse di uno squalo,incuriosito decisi di seguire il pick up. Dopo pochi metri si fermò davanti ad una casa e subito tutto mi divenne chiaro. I cacciatori avevano ucciso un’orca. L’enorme corpo era stato spezzettato già in mare e le parti commestibili suddivise in decine di sacchetti di plastica, mentre le porzioni di scarto, tra cui l’enorme pinna nera, da utilizzare come cibo per i cani da slitta, messe in un grande bidone. I cani avevano sentito l’odore della preda e ululavano ininterrottamente, i primi ad essere nutriti furono tre simpatici cuccioli. Dalla casa uscì la moglie del cacciatore mettendosi le mani nei capelli per tutta quella carne da trattare per essere conservata. I cacciatori erano felici ed esultanti, la carcassa del cetaceo avrebbe sfamato diverse famiglie e i cani per parecchio tempo, la caccia grossa era andata a buon fine, non restava che fare una foto con l’enorme testa del predatore!